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giovedì 16 aprile 2026

L'Hindu Kush e il suo Tesoro - Il Lapislazzuli Afghano

 

Lapislazzuli

La Catena Alpino – Himalayana dell'Hindu Kush è ubicata nell'Asia centrale tra i territori dell'Afghanistan e Pakistan e si estende per una lunghezza di più di 800 Km con quote crescenti man mano che ci si sposta da Ovest verso Est. Queste raggiungono e superano i 7.000 m s.l.m.

Nel settore centrale di detta Catena e dunque nella porzione più Nordorientale del territorio afghano si rinviene il più grande dei giacimenti di lapislazzuli del mondo ovvero il giacimento di Sar – e – Sang. Il giacimento è noto alle tribù di quei monti sin da tempo immemore. Infatti, le prime evidenze dell'uso del Lapislazzuli in quei luoghi risalgono a circa 7.000 anni (se non più) prima di Cristo e consistono in ornamenti e pitture rupestri pervenute intatte sino ai giorni nostri e il cui pigmento veniva ricavato riducendo in polvere la pietra stessa. Questo è il famoso pigmento che conferiva il caratteristico colore detto “blu oltremare” conosciuto e apprezzato durante tutta la storia antica e recente dell'uomo moderno. Gli stessi Egizi erano notevoli estimatori del lapislazzuli afghano di Sar – e – Sang e del suo colore tanto da imbastire un fiorente commercio con le genti dei monti afghani. Questo commercio raggiunse la sua massima intensità nella medio – tarda Età del Bronzo e la sua massima espressione negli intarsi del celeberrimo gioiello costituito dalla “maschera funeraria” del faraone Tutankhamon. Più tardi, anche Marco Polo menzionò, nel suo “Milione”, le miniere di Sar – e – Sang. In realtà, non è noto a tutti che il Lapislazzuli non è affatto un minerale ma bensì, un miscuglio di tanti minerali costituente così, in definitiva, una vera e propria roccia. Nel giacimento afghano di Sar – e – Sang il Lapislazzuli si rinviene sottoforma di lenti e drappeggi all'interno di un bianchissimo marmo di età Archeana. Il giacimento di Sar – e - Sang consta di 7 punti di estrazione, tutt'ora in funzione, distribuiti sul versante orientale della valle del Fiume Kolscha che, in realtà, non è altro che un torrente originatosi per fusione nivale. I recenti eventi politici ovvero la “Rivoluzione Talebana” e la guerra che di li a poco si scatenò, misero in crisi la produzione di dette miniere e la commercializzazione su scala globale del loro Lapislazzuli. Soltanto negli ultimi anni, il governo attuale si è proposto di “rilanciare” il mercato del bellissimo Lapislazzuli di Sar – e – Sang anche, promuovendo una campagna di opportune prospezioni minerarie volte ad individuare, nella stessa area, nuove fonti di approvvigionamento.

Hindu Kush

Parole chiave: Uccisore di Hindu, Catena montuosa, Orogenesi, mix, Lazurite, Neolitico, Egitto, blu oltremare, maschera funeraria, Fiume Kolscha, marmi bianchi, metasomatosi, fluidi idrotermali, Noseana.

L'Hindu Kush (letteralmente “Uccisore di Hindu”) è una lunga Catena montuosa che si snoda per più di 800 Km attraversando i territori dell'Afghanistan e, prolungandosi verso Est, dell'attuale Pakistan dove raggiunge altezze che superano i 7.000 m s.l.m. La sua origine è da attribuire alla grande Orogenesi Alpino – Himalayana iniziata a fine Mesozoico e tutt'oggi in corso, come del resto dimostrato anche (ma non solo), dalla moltitudine di catastrofici terremoti con epicentro in quelle remote zone in prevalenza montuose. L'Hindu Kush termina ad Est, collegandosi attraverso le montagne del Pamir, nel più ampio Sistema montuoso dell'Himalaya.

Nell'Hindu Kush dell'estremo Nord – Est del territorio afghano si ritrova uno dei più antichi (se non il più antico) distretto minerario per l'estrazione del Lapislazzuli a tutt'oggi conosciuto, quello di Sar – e – Sang (dal persiano“Cima della pietra”) nella Provincia del Badakshan. Da qui proviene la varietà più preziosa di Lapislazzuli del mondo.


STORIA

Il termine Lapislazzuli deriva dal latino Lapis ovvero “pietra” e Lazulum (termine a sua volta di origine araba) che significa “azzurra” e si riferisce non ad un singolo minerale (come generalmente si pensa) ma ad una associazione (un mix) di minerali che danno luogo ad una massa azzurro – bluastra da considerarsi come una vera e propria roccia. La confusione nasce dalla tendenza ad associare il lapislazzuli alla Lazurite ovvero uno dei tanti minerali costituenti la roccia Lapislazzuli (quello che contribuisce, di fatto, in massima parte a dare il colore blu intenso e vivace).

Ciò premesso, le prime tracce di estrazione del Lapislazzuli nell'area di Sar – e – Sang risalgono al Neolitico e con maggiore esattezza a circa 7.000 anni a.c. o poco più, data a cui risalgono le pitture rupestri nei dintorni stessi di Sar – e – Samg. A Mundigak, sempre in Afghanistan, sono stati rinvenuti ornamenti vari e articoli funerari di pregiata fattura risalenti poco più di 4.500 anni a.c. Dello stesso periodo è il lLapislazzuli afghano rinvenuto, sempre come ornamenti, nei monasteri buddhisti distribuiti lungo la via commerciale che conduce alla foce dell'Indo.

Invece, per i primi esempi di Lapislazzuli afghano in Mesopotamia bisogna aspettare il Periodo Ubaid (4.000 a.c. circa) ovvero quel periodo della costruzione delle prime città nell'attuale Iraq.

Da li, il passaggio all'Egitto fu breve e le prime testimonianze di commercio del lapislazzuli sono databili intorno al 3.500 – 3.000 anni a.c. Ma il commercio del Lapislazzuli tra l'Afghanistan e l'Egitto divenne fiorente soprattutto nella media – tarda età del Bronzo ovvero tra il 2.000 e il 1.200 a.c.. Ancora oggi, gli studiosi del settore cercano di capire quali siano tate le vie “preferenziali” attraverso le quali il lapislazzuli di Sar – e – Sang arrivasse in Egitto. L'ipotesi più accreditata è quella per la quale il Lapislazzuli dovesse passare necessariamente dalla Mesopotamia veicolato per mezzo delle grandi vie fluviali costituite dai fiumi come Tigri e Eufrate. Dopodiché, giunti alla foce, per mezzo di imbarcazioni i carichi del prezioso materiale giungevano in Egitto dove, a sua volta, veniva facilmente “smerciato” in tutto il territorio del regno grazie alla principale via di comunicazione del paese, il Nilo. Il Lapislazzuli, in Egitto (ma in verità dappertutto) veniva utilizzato sia come pietra per la manifattura di gioielli che come pigmento (il famoso “ blu oltremare” conosciuto più tardi nel Medioevo anche con il nome di “blu intenso”). Il gioiello più famoso in cui compare il lapislazzuli afghano di Sar – e – Sang è la maschera funeraria del Faraone Tutankhamon.

Tutankhamon Mask
"Maschera Funeraria Tutankhamon"


Anche Marco Polo (parecchio più tardi) menziona nel suo libro “Il Milione” la località di Sar – e – Sang e il suo Lapislazzuli. Tra le tante altre cose, riguardanti questa bellissima pietra, è da menzionare la famosa “Cappella degli Scrovegni” (1303 - 1305) dove Giotto usò, tra i tanti colori, anche il (blu oltremare) ottenuto riducendo in polvere il Lapislazzuli afghano. Altra opera d'arte degna di nota e nella quale fu utilizzato il pigmento “blu oltremare” fu il famoso dipinto di Vermes (XVII) conosciuto come “La ragazza con l'orecchino di perla”. Negli ultimi anni, la produzione relativa al giacimento di Sar -e- Sang ha risentito degli sconvolgimenti politici (salita al potere dei Talebani) e dei conflitti che hanno interessato l'area e l'Afghanistan tutto.


GEOLOGIA

Il giacimento di Sar – e – Sang ricade nel settore centrale della Catena montuosa dell'Hindu Kush nell'estremo Nord – Est dell'Afghanistan. Il giacimento è situato all'interno della valle del Fiume Kolscha e i punti di estrazione sono tutti ubicati sul versante orientale del corso d'acqua. Il territorio, in generale, si presenta costituito da una moltitudine di creste aguzze separate da altrettante strette vallive percorse da corsi d'acqua a carattere torrentizio alimentati per fusione nivale. I punti di estrazione riferibili a questo giacimento sono 7 (almeno fino al 1976) e si sviluppano altimetricamente tra le quote di 2.700 e 3.400 m s.l.,m.

L'azione erosiva del Fiume Kolscha ha “messo a giorno” le rocce del substrato costituite essenzialmente da corpi ignei intrusivi granitoidi metamorfosati (come Gneiss occhiadini), marmi bianchi (sia calcitici che dolomitici), skarn a pirosseno (Diopside) e calcefiri a pirosseno (Forsterite). Tutti questi litotipi sono di età precambriana, quindi prima del Paleozoico (Archeano) e sono raggruppati a costituire la Formazione Sakhi.

Da più parti si ritiene che l'origine del Lapislazzuli di Sar – e – Sang sia attribuibile a metasomatosi (ovvero scambio molecola per molecola o ione per ione favorito da fluidi idrotermali) tra le rocce granitoidi metamorfosate (precedentemente menzionate) e i marmi di colore bianco. Il Lapislazzuli si rinviene all'interno di questi ultimi e sottoforma di potenti lenti (fino a 6 m di spessore) o di più o meno aguzze ondulazioni (drappeggi).

Il Lapislazzuli di Sar – e – Sang è costituito da una vasta gamma di minerali tra i quali si ha la Lazurite, l'Hauyna, la Sodalite, la Flogopite, il Diopside, la Calcite, la Pirite, ecc. Ma a rendere pressoché unico il Lapislazzuli proveniente da questo giacimento è l'elevata percentuale in Lazurite ovvero, il minerale che conferisce, primo tra tutti, il colore blu (il famoso blu oltremare). La Lazurite è un feldspatoide (appartenente al gruppo della Sodalite) che cristallizza nel Sistema cubico e con formula (Na,Ca)8.(S,Cl,SO4,OH)2.(Al6Si6O24). Talora, questi minerali di cui sopra si presentano distinti dalla “massa Lapislazzuli” e in più mostrano con un bellissimo habitus e pertanto, sono molto ricercati dai collezionisti.

Lapislazzuli grezzo
"Lapislazzuli grezzo"


Le principali proprietà fisiche della roccia Lapislazzuli sono:

Aspetto opaco. Colore blu oltremare con venature bianche di Calcite e dorate di Pirite, Durezza 5 – 6 della scala di Mohs, Peso specifico 2,5 – 2,9 g/cm3, Indice di rifrazione medio 1,50

Per concludere, esiste un Lapislazzuli italiano? Si, esiste! Ma esso non si presenta sottoforma di giacimento minerario ovvero come un qualcosa di "minerariamente" “coltivabile”. Si rinviene, piuttosto, in masserelle globulari all'interno di alcune rocce ignee alterate da fluidi idrotermali e appartenenti alle provincie magmatiche dei Colli Euganei, del Vesuvio e del Viterbese. Purtroppo, questo lapislazzuli “nostrano” non è così ricco in Lazurite (come l'afghano) ovvero di quel minerale che, come detto in precedenza, conferisce la colorazione caratteristica del lapislazzuli di alta qualità (ovvero il “blu oltremare”) dell'Hindu Kush. Al suo posto, presenta invece, una elevata percentuale di un altro feldspatoide del gruppo della Sodalite ovvero la Noseana che non da, assolutamente, lo stesso effetto cromatico della Lazurite.


domenica 12 aprile 2026

La Turchese del Sinai - L'azzurro cielo dei faraoni (storia e geologia).


Turchese


I primi segni di estrazione della turchese nel Sinai risalgono agli inizi del Neolitico, ovvero a circa 8.000 anni fa e consistono, essenzialmente, in utensili in pietra atti allo scavo, resti di accampamenti, ecc. lasciati da piccoli gruppi nomadi di minatori di origine semitica (nemici acerrimi degli Israeliti) provenienti da Nord. Le tracce più importanti del loro passaggio sono senza dubbio le iscrizioni rupestri lasciate sia dentro che fuori le pareti degli scavi. Queste, infatti, rappresentano in assoluto le più antiche iscrizioni di tipo alfabetico della storia (alfabeto proto – sinaitico). Addirittura, si pensa che gli stessi Fenici abbiano “preso spunto” da esse per elaborare il loro famoso alfabeto. In un primo momento, gli Egizi si limitarono a “coltivare” questi giacimenti di turchese in assoluta pace se non, addirittura, in collaborazione con queste genti nomadi già presenti. Ma le cose cominciarono a cambiare contestualmente all'unificazione dell'intero regno dell'antico Egitto. Ma il segnale inequivocabile di rottura tra Egizi e i minatori nomadi si ebbe soltanto più tardi, in concomitanza dell'inizio della costruzione del famoso tempio dedicato alla Dea Hathor, edificato proprio al centro del sito minerario di Serabit El – Khadem (sotto il regno del Faraone Nectanebo II, intorno al 360 a,c., ultimo Faraone della XXX° dinastia). In breve, non era concepibile che una Dea così importante del loro Pantheon avesse “dimora” in una terra straniera pertanto, anche con questo pretesto, da quel momento in poi, gli Egizi non si sentirono più “ospiti” in Sinai e per la qualcosa, ben presto, cominciarono a considerare la penisola come uno dei loro tanti possedimenti. Il tempio trovò suo totale compimento soltanto in epoca romana ed oggi è meta di numerosi turisti. Nel complesso, la turchese venne estratta, in maniera più o meno intensiva, per un lasso di tempo complessivo di circa 2.000 anni. La preziosa pietra venne impiegata per la manifattura di gioielli (primo fra tutti la “maschera funeraria” del celebre Faraone Tutankhamon, XVIII° dinastia”), ornamenti vari, produzione di smalti, tesserine per mosaici e pavimenti, ecc. . I due giacimenti principali erano ubicati nella porzione occidentale del Sinai meridionale. Essi venivano “sfruttati” mediante apposite spedizioni organizzate nell'arco di tempo intercorrente tra la piena annuale del Nilo (Dicembre - Gennaio) e la tarda primavera cosi da evitare le estati torride che caratterizzano, a tutt'oggi, il Sud del Sinai. La turchese veniva estratta da livelli, strati o banchi (a seconda dei luoghi) appartenenti alle geologicamente famose “Arenarie Nubiane” del Cretaceo (ma non solo), più o meno cementate e/o alterate per weathering. La preziosa pietra di colore anch'esso variabile da luogo a luogo (la più apprezzata era quella di color “azzurro cielo”), veniva estratta sia sottoforma di “schegge” angolose che di piccole masserelle globulari. Attualmente, questi antichi siti minerari non sono più attivi, almeno a livello industriale. A rendere poco conveniente lo sfruttamento dei filoni di turchese del Sinai è stata la concomitanza di più fattori decisamente negativi, primo fra tutti, la scoperta e la messa in commercio della, altrettanto bella, turchese persiana proveniente dalle alture di Neyshapur (Iran).


raffigurazioni Dea Hathor

Parole chiave: Neolitico, Egizi, Calcolitico, iscrizioni rupestri, tempio, Dea Hathor, giacimenti, Arenaria Nubiana, azzurro cielo.

Le prime prove di una rudimentale attività estrattiva della turchese nella penisola del Sinai (chiamata un arabo Ard Al – Fayourz ovvero “Terra della turchese”) risalgono a circa 8.000 anni fa (inizi del Neolitico) e consistono in utensili in pietra atti allo scavo, iscrizioni rupestri e in generale resti di insediamenti riferibili a piccoli gruppi di minatori nomadi di origine semitica provenienti da Nord e “passanti” da un giacimento all'altro. Intorno al 3.500 a.c. (Calcolitico) furono scoperti i grandi filoni di turchese di Serabit El-Khadem.

Gli antichi Egizi chiamarono il Sinai col nome di Mafkat ovvero “Paese della turchese”(anche se alcuni, più tardi tradussero il termine Mafkat semplicemente come “turchese”) e la estrassero, sin dai tempi della Prima dinastia, sia da Serabit El-Khadem che da un'altra famosa località chiamata Wadi Magharah (in arabo “Valle delle grotte” per la presenza di numerosi cunicoli dovuti all'attività estrattiva). Altre località di una certa importanza dalle quali si estraeva la turchese furono Wadi Kharig e Wadi Al – Nasib.

Non appena i regni d'Egitto si unificarono (nel regno del Faraone Menes, I° dinastia) i primi grandi faraoni volsero la loro attenzione ai giacimenti di turchese sinaitici e da li a poco ne diventarono i padroni assoluti avviando un'attività estrattiva ben organizzata (in special modo nel sito estrattivo Serabit El – Khadem). Da allora e per i successivi 2.000 anni, grandi quantitativi di turchese furono estratti e convogliati via mare nel continente dove venne usata nei modi più disparati quali, la manifattura dei noti scarabei egizi, in gioielleria e una volta appositamente triturata veniva utilizzata anche per la produzione di brillanti smalti che gli Egizi utilizzavano su ogni cosa. Ma il gioiello più prezioso in assoluto per la cui confezione la turchese venne abbondantemente utilizzata è la famosa “maschera funeraria” di Tutankhamon.


Turquoise jewelry

Durante il Medio Regno, nel sito di Serabit El-Khadim fu costruito il Tempio della Dea Hathor definita la “Signora della turchese”. Tale tempio venne parzialmente ricostruito più tardi, nel Nuovo Regno e completato un epoca romana. La Dea Hathor veniva invocata da coloro che sfidavano i pericoli del deserto e per avere protezione nel pericoloso lavoro di estrazione. La Dea Hathor venne venerata per tutto il Medio e il Nuovo Regno. Il nome stesso di Serabit El-Khadim dato successivamente al sito dagli arabi significa “Colonne dello schiavo” con preciso riferimento alle colonne del Tempio della Dea Hathor e agli schiavi che lavoravano nelle miniere del comprensorio. La Dea Hathor era sia la protettrice dei minatori ma era anche la Dea della fertilità, della gioia e dell'amore.

Nella religione egizia la turchese simboleggiava la fertilità, la vita e la gioia e il suo colore azzurro – verde evocava le rive del Nilo e la promessa della rinascita. La Dea Hathor era considerata la protettrice di questa pietra. Si credeva così che indossando anche un semplice gioiello in turchese si avesse dalla Dea Hathor protezione e vitalità sia in vita che nell'aldilà. Inoltre, la Dea Hathor, essendo associata con la turchese (simbolo di fertilità) veniva invocata dalle donne affinché potessero avere figli.

Il culto della Dea Hathor, Signora della turchese, si diffuse anche oltre i confini dell'Egitto di pari passo con l'espansione politico – militare degli Egizi. Arrivò, infatti, anche a Canaan tra il 1.550 e 1.200 a.c.(Canaan era la “terra promessa” degli ebrei per intenderci) dove la Dea egizia fu”assimilata” e identificata con la divinità locale Astarte. Ad ogni modo, la costruzione del Tempio di Hathor, di fatto, segna la fine della convivenza “estrattiva” tra gli Egizi e la popolazione semitica errante. Infatti, in precedenza, gli Egizi e le genti semitiche lavoravano fianco a fianco costituendo una sorta di pacifica comunità mineraria ma, da quel momento gli Egizi non si sentirono più semplici ospiti in Sinai ma, bensì, padroni di quelle terre annesse di fatto nel loro regno.

Serabit El – Khadim o meglio le sue rovine furono scoperte abbastanza di recente (nel 1762) da Niebuhr, un inviato del Re di Danimarca alla ricerca di iscrizioni e disegni rupestri. Niebhur non capì che si trattassero di rovine relative ad attività estrattive. Soltanto successivamente, un certo Rupell (nel 1817) capì l'origine mineraria del sito. Ma bisognò arrivare al 1828 quando un certo Laborde riusci a trovare di fatto la turchese (“ben cinque pietre”).

Ma l'importanza delle miniere di turchese nel Sinai va aldilà del valore religioso e ovviamente commerciale del minerale. Infatti, tali punti di estrazione hanno un grandissimo valore culturale in quanto dentro e nei dintorni degli scavi ad essi associati sono state rinvenute la più antiche iscrizioni alfabetiche della storia (alfabeto proto – sinaitico). Si pensa, addirittura, che gli antichi Fenici avessero appreso in quei siti l'uso del loro famoso alfabeto.


PROPRIETA' CHIMICHE E FISICHE DELLA TURCHESE

La turchese è un Fosfato basico idrato di alluminio Al e rame Cu: CuAl6[(OH)2|PO4]4H2O. Essa ha origine dalle soluzioni circolanti che si formano in corrispondenza dei giacimenti di rame (spesso costituiti da “Porfido cuprifero”). Il rame in essi contenuto, viene “lisciviato” da dette soluzioni e deposto, sottoforma di composti secondari (quali appunto la turchese) altrove. Come impurità nel reticolo è presente anche Ferro Fe. Il rame e il ferro concorrono a determinarne il colore il quale dunque, può variare dal blu pi+ o meno intenso al verde a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro. E' presente anche il colore grigio biancastro causato probabilmente da rapida alterazione congiuntamente ad evaporazione dell'acqua di composizione dai suoi micropori, con conseguente disidratazione (caso piuttosto frequente nei giacimenti del Sinai). Il colore più apprezzato è il famoso “azzurro cielo” particolarmente apprezzato dai Faraoni. Il minerale turchese cristallizza nel sistema triclino. Si presenta opaco, Ha durezza 6 della scala di Mohs (si graffia con una punta di quarzo). Presenta frattura concoide. Alla prova dello streak mostra una striscia bianca. La pietra presenta spesso inclusioni di limonite aventi color giallo – rossastro ma, anche di granuli di quarzo trasparenti incolori nonché altri composti di ferro, rame e manganese Mn.


GEOLOGIA

I due principali giacimenti di turchese del Sinai ovvero quello di Wadi Magharah e quello di Serabit El-Khadim, ricadono all'interno di una vasta area caratterizzata dalla presenza, all'affioramento, dei depositi silicoclastici arenitici noti in letteratura geologica come “Arenarie Nubiane”, prevalentemente di età ascrivibile al Cretaceo (ma anche precedenti). Esse sono il prodotto del disfacimento (ad opera degli agenti esogeni quali vento, acquee incanalate, ecc.) di un preesistente substrato definito “Basamento cristallino”. Tali areniti sono costituite prevalentemente da granuli di quarzo (ma non mancano quelli di natura feldspatica) e si presentano variamente cementate (cemento ferruginoso rossastro). Presentano anche, a luoghi, composti vari associabili ad un avanzato stato di alterazione ad opera degli agenti atmosferici (weathering). Non mancano anche, risultanze di fenomeni di origine idrotermale (da qui la presenza, spesso, di Kaolinite). La colorazione di tali depositi varia a seconda e soprattutto, del contenuto di ossidi di ferro. In un tal contesto si rinvengono i filoni di turchese costituenti i due giacimenti. Da notare che, questi giacimenti (insieme ad altri quali quello di Wadi Kharag, e quello di Wadi Al - Nasib) sono ubicati “rigorosamente” nel settore sudoccidentale del Sinai e sono “associabili” a vicine miniere di rame dalle quali il metallo viene estratto come costituente di minerali secondari quali, azzurrite, crisocolla, malachite e cuprite. Nel passato sono state effettuate numerose spedizioni per la ricerca e prospezione di possibili filoni di turchese presenti nel settore sudorientale della penisola ma, stranamente (nonostante le condizioni geologiche di base non siano affatto tanto dissimili) non ne furono trovati. L'assenza della turchese nella porzione orientale del Sinai meridionale fu ufficialmente attestata, piuttosto di recente, da un membro del Servizio Geologico Egiziano, il quale scrive:”Attraversando la regione delle Arenarie Nubiane si cercò la turchese senza successo, l'unica testimonianza nel Sinai è quindi la sua presenza a Wadi Magharah e a Serabit El-Khadem entrambe sul lato occidentale”.


Banchi Arenarie Nubiane

Ritornando ai due giacimenti storici di maggiore produttività quali quelli di Wadi Magharan e di Serabit El-Khadem abbiamo che:

- Nel comprensorio di Wadi Magharah la turchese si rinviene appena sotto un sottile strato ferruginoso che separa un sottostante banco di arenaria violacea risalente al carbonifero (avente spessore stimato intorno ai 50 m) da uno soprastante di arenaria più chiara (spessore massimo intorno ai 120 – 130 m). Stratigraficamente più in alto, si riscontra la presenza di un banco di lave lbasaltiche di età cenozoica che ricopre le sottostanti arenarie precedentemente menzionate (Arenarie Nubiane). La turchese si trova nei livelli più violacei o ferruginosi. Lo strato mineralizzato a turchese è attraversato da livelli di sabbie sciolte ocra che formano per erosione cavità di diametro variabile. All'interno di queste cavità o nella sabbia si rinvengono le “gemme” migliori. Sottili vene mineralizzate a turchese, ma di qualità inferiore si trobano come riempimento delle numerose fratture presenti all'interno dello spessore arenaceo. La turchese è distribuita, comunque, in modo estremamente irregolare e una faglia con immersione verso ovest chiude il giacimento. Nel comprensorio di Wadi Magharah le due principali miniere sono quelle di Wadi Qenaia e quella di Sidri. Ad ogni modo, la turchese di qualità migliore (color “azzurro cielo” tanto cara ai faraoni) si veniva estratta dalla località di Yahudia.

 - Invece, nel comprensorio di Serabit El-Khadem, la turchese si ritrova come riempimento di fratture che attraversano uno spessore di arenarie ferruginose sormontate da un sottile banco di natura carbonatica. Questa porzione di arenaria ferruginosa entro la quale si trova la turchese non supera generalmente i 5 – 6 m di spessore.



Dettaglio Filone turchese + altri miner.


CENNI SULLE MODALITA' ESTRATTIVE EGIZIE

Gli Egizi non usavano lasciare loro guarnigioni a difesa dei punti estrattivi del Sinai e il loro modo di operare consisteva piuttosto nell'organizzare apposite spedizioni che, partendo direttamente dalla madre patria, raggiungevano i siti di estrazione nel Sinai. Queste spedizioni erano condotte da un capo (di solito un funzionario esperto in organizzazione) ed erano costituite da 400 – 500 uomini (spesso schiavi). Le spedizioni avvenivano una volta all'anno ma talora anche ogni due anni. Partivano subito dopo il periodo di esondazione del Nilo (Dicembre – Gennaio) e ritornavano prima dell'arrivo della stagione calda. Gli uomini dormivano in piccoli alloggi fatti in pietra e portavano con loro i viveri direttamente dall'Egitto.

L'estrazione vera e propria avveniva con attrezzi rudimentali e soprattutto con modalità in “superficie”. In realtà, sono note anche gallerie e tunnel seguenti i filoni mineralizzati, sviluppate fino ad una profondità considerevole (30 – 40 m dal piano campagna p.c.). Si usavano scalpelli in rame sui quali si battevano pesanti martelli di pietra con manico un legno. Il materiale veniva estratto sia sottoforma di materiale scheggiato più e sia come masserelle globulari di varia dimensione. I sottoprodotti dell'estrazione della turchese quali, ossidi di manganese, ossidi di ferro, ecc. venivano raccolti e conservati per produrre vernici e smalti vari. Alla fine della stagione estrattiva, prima di tornare in patria, erano soliti lasciare iscrizioni rupestri riportanti i loro successi e le quantità estratte del prezioso minerale.


CONCLUSIONI

Attualmente, le antiche miniere di turchese del Sinai non sono da considerarsi attive, almeno a livello industriale. A rendere svantaggioso lo sfruttamento dei filoni di turchese in Sinai è stata la concomitanza di diversi fattori quali, le condizioni ambientali spesso proibitive (clima desertico) per gran parte dell'anno, la estrema delicatezza della pietra turchese sinaitica eccessivamente instabile e soggetta a disidratazione nonché cambiamento di colore, impossibilità di utilizzo dei moderni macchinari atti allo scavo a causa dell'estrema frammentazione, non continuità delle vene mineralizzate che si presentano notevolmente sparse e discontinue e infine, forse il fattore più determinante, la comparsa sui mercati della altrettanto bella turchese persiana proveniente dal piccolo villaggio di Maden nei pressi di Neyshapur (Iran) e apprezzata per il suo colore blu vivido conferitole da una notevole percentuale di rame.




 








sabato 28 marzo 2026

Alla scoperta di Ofir e del suo biblico oro


oro


La Bibbia, con i suoi Passi di Giobbe e Isaia, parla chiaro in merito alla provenienza dell'oro di Salomone, ricchissimo sovrano di Israele, citando più volte una più o meno remota località conosciuta col nome di Ofir. La veridicità del Vecchio Testamento relativamente all'esistenza di questo luogo lontano fu comprovata dal ritrovamento, nel 1946, in un sito archeologico nei pressi di Tel Aviv, di un ostracon ovvero un frammento di ceramica riportante delle scritte. Su questo ostracon le scritte confermarono la presenza storica di Ofir. Ma quello che la Bibbia non dice è dove si trovasse o come potesse essere raggiungibile questo ricchissimo luogo. Nonostante ciò la corsa all'oro di Ofir partì ben presto. A partire dal XV° secolo Ofir fu cercata per terra e per mare. Ci fu chi, Cristoforo Colombo per primo, pensò di averla trovata nelle americhe. Cristoforo Colombo si convinse che Ofir fosse ubicata nella parte più occidentale dell'Isola di Hispaniola (Santo Domingo) ovvero nell'odierna Haiti. Altri, invece, credettero che Ofir fosse nella Guayana Olandese (Suriname). Alcuni, come un certo Sir Walter Raleight pensò di averla trovata in un remoto arcipelago del Pacifico che frettolosamente battezzò, non a caso, "Isole Salomone". Più recentemente fu “allocata” in Africa Orientale e anche in Arabia Saudita. Nella prima metà del XX° secolo l'esploratore tedesco Karl Mauch si convinse che le rovine dello Zimbabwe (Africa meridionale) fossero quelle del regno di Saba. Ciò bastò per riaccendere i mai del tutto sopiti fervori biblici legati alla scoperta delle antiche ricchezze salomoniche. La Corona Britannica, dal canto suo, in età Vittoriana scatenò, in nome di Ofir e del suo oro, la triste forma di colonizzazione, da tutti conosciuta, costituita da conquiste ed annessioni con conseguenti spargimenti di sangue. Ultimamente, si è fatta avanti l'ipotesi che la città di Ofir e il suo regno si debba necessariamente trovare nella “regione indiana” ovvero in India o nello Sri Lanka o ancora nel Pakistan (alla foce dell'Indo). Tale ipotesi prende spunto dalla combinazione di diversi fattori quali, il modesto livello di conoscenze marittime del tempo, le mediocri tecnologie di ingegneria navale e il lungo tempo (circa tre anni) di “assenza” delle navi di una delle due flotte di Salomone ovvero quella che di stamza nel porto di Eilat (Golfo di Aqaba) nel Mar Rosso. Il tutto suffragato dall'analisi di alcune parole (prima fra tutte “scimmia”) che in ebraico – caldeo suonavano fortemente somiglianti alle corrispettive della zona dell'India. Queste parole si riferivano alla merce che proveniva da Ofir (oro, argento, pavoni e scimmie) e, pertanto, si deduce che i marinai le avessero assimilate durante le loro “trasferte” ad Ofir e poi importate in terra di Israele.
Attualmente, Ofir è una cittadina mineraria ubicata nella lontana Nuova Zelanda, nata nel XIX° secolo nei pressi della quale, si rinviene oro di ottima qualità e quantità.
In Italia, il più famoso giacimento d'oro è quello del Monte Rosa, in Piemonte. Nel 2009 le miniere dell'area furono chiuse a causa degli elevati costi di produzione.

tempio Gerusalemme


Parole chiave: Salomone, tempio, ostracon, Hiram, flotta, Fiume Indo, Cristoforo Colombo, Hispaniola, Karl Mauch, Zimbabwe, Nuova Zelanda, Monte Rosa.

La Bibbia dice che Re Salomone, terzo sovrano, in ordine di tempo, di Israele (dopo Saul e David) riuscì ad accumulare quantità straordinarie di oro, di argento e altre materie prime che utilizzò, in parte, per costruire il suo leggendario tempio e rafforzare i legami con altri re della regione. In particolare,si narra che le sue coppe fossero d'oro, che il suo trono fosse fatto di avorio rivestito di oro pregiato e che negli stessi gradini che conducevano al trono si “fronteggiassero” 12 leoni d'oro e 12 aquile anch'esse d'oro. Inoltre, l'intero suo tempio (ubicato Gerusalemme ) era adornato da 3.000 talenti d'oro per un valore superiore ai 4 miliardi di dollari. Si narra inoltre che, avesse una sua personalissima scorta consistente in 300 scudi in oro battuto. A questo punto, sorge spontaneo domandarsi da dove venisse tutto questo oro. La Bibbia stessa risponde a questa domanda affermando chiaramente che Salomone importasse l'oro e l'argento da due luoghi ben precisi ovvero Ofir e Tarsis. Non è chiaro se Tarsis fosse in Andalusia meridionale o in Sardegna ma la localizzazione di Ofir costituisce, a tutt'oggi, un vero e proprio enigma tale da lasciar spazio a voci che mettono in dubbio la sua stessa esistenza.

Nel Vecchio Testamento si fa più volte riferimento a Ofir e al suo oro. Giobbe 28:16 afferma che “la saggezza non ha prezzo e non può essere valutata con l'oro di Ofir, con l”onice prezioso o con lo zaffiro” e ancora in Giobbe 22: 24 -25 è scritto: “Getta l'oro nella polvere, l'oro di Ofir tra i sassi dei torrenti; l'Onnipotente sarà il tuo oro, il tuo argento, la tua ricchezza”.

Invece, Isaia 13:12 afferma che nel Giorno del Signore, un uomo sarà “più raro dell'oro fino, un uomo più dell'oro puro di Ofir”. La prova sulla veridicità di quanto riportato nella Bibbia relativamente all'esistenza di questa sorta di “El Dorado” conosciuto con il nome di Ofir si ebbe solamente nel 1946 grazie al ritrovamento di un ostracon (essenzialmente un frammento di ceramica con su un'iscrizione) avvenuto durante nel corso di scavi archeologici in un sito (Tell Qasile) nei pressi di Tel Aviv. Su questo ostracon si citava Ofir e fu possibile dedurre anche la grande importanza commerciale che la caratterizzava intorno al VIII secolo a.c.. In particolare, le scritte sull'ostracon facevano riferimento a una non meglio precisata consegna di 1.000 misure di olio per il re di questa località. Sempre nello stesso sito ne fu trovato un altro di ostracon nel quale si riportava: ”Oro di Ofir a Bet Horon – 30 sicli” (Bet Horon era, ai tempi di Re Salomone, una città – magazzino strategica posta, insieme alla sua gemella, sulla via di Gerusalemme e conosciuta anche come la “città dei Leviti”).

Comunque, fatto sta che Ofir rimase, nell'immaginario collettivo e per molto tempo, una leggenda, un luogo irraggiungibile relegato e confinato nelle sacre scritture. Ma allorquando, a partire dalla seconda metà del XV secolo le conoscenze cartografiche congiuntamente ai progressi ottenuti in tema di competenze e tecnologie nautiche lo permisero, gli animi si accesero e le voglie di scoprire una volta e per tutte dove si trovasse tutto quell'oro e dunque la biblica Ofir divennero una sorta di priorità

Nella Bibbia (1 Re 9. 26 – 28) è scritto che: 26 Il Re Salomone costruì anche una flotta ad Etsion – Gheber, presso Elath sulla riva del Mar Rosso, nel paese di Edom” - 27Hiram mandò sulle navi della flotta i suoi servi, marinai che conoscevano il mare, a lavorar con i servi di Salomone” - 28 Essi andarono ad Ofir, dove presero quattrocentoventi talenti d'oro e li portarono a Salomone”.

Dunque, Salomone con l'aiuto del Re fenicio Hiram avrebbe avuto due flotte, una con base nel Mediterraneo e una ad Eilat, nel Golfo di Aqaba, nei pressi del Mar Rosso. Da 1 Re 9 si dice chiaramente che il porto di partenza per approvvigionarsi dell'oro di Ofir era quello di Eilat. Da qui, le navi partivano per viaggi, in direzione di Ofir, che duravano anni (circa tre) e al loro ritorno portavano oro, argento, avorio, scimmie e pavoni. Partendo da Eilat e “assentandosi” per un periodo lungo tre anni circa e con la tecnologia navale che si presume avessero a quel tempo, dove sarebbero potute andare? O meglio fin dove sarebbero potute arrivare? Alcuni pensano in Arabia Saudita, ma questa è troppo vicina per giustificare un'assenza così lunga (tre anni). Inoltre, l'Arabia Saudita non è poi così provvista di mercanzie “esotiche” quali scimmie, avorio, ecc. Altri, pensano piuttosto che la flotta si sia potuta dirigere in un punto qualsiasi dell'Africa centrale o meridionale. Sembra piuttosto che, l'oro di Ofir provenisse dalle zone dell'India, dello Sri Lanka o della foce del Fiume Indo (Pakistan). Questa ipotesi è suffragata anche dalle parole ebraico-caldee tradotte come “avorio”, “scimmie” e “pavoni”. Queste sono tutte di origine straniera e importate dai marinai che partecipavano a quei lunghi viaggi. Queste parole hanno “assonanza” con le corrispettive parole provenienti dall'area indiana (2 Cronache 9:21).

cartografia regione india


Ma c'è stato in passato chi ha cercato Ofir e il suo oro per tutt'altre vie, addirittura oltreoceano. Primo tra tutti
Cristoforo Colombo con la sua ricerca dell'Isola di Cipango (Giappone) procedendo verso Ovest. Credette di aver trovato Ofir nella porzione più occidentale dell'Isola di Hispaniola (Santo Domingo) ed esattamente nell'attuale Haiti.

Qualcuno, ancora, si convinse (Sir Walter Raleight) di averla trovata nelle foreste della Guayana Olandese (l'attuale Suriname).

Non fece meglio l'esploratore spagnolo Alvaro de Mendana che, approdando in un gruppetto di isole del Pacifico (non lontano dalle coste della Nuova Guinea) credette fossero loro a costituire il biblico regno di Ofir affrettandosi così a battezzarle col nome di Isole Salomone.

ex miniera Suriname


Quel che sembra esser certo è che, un po' più tardi, in età Vittoriana, la ricerca di Ofir funse come pretesto, per la Corona Britannica, nel “convertire” l'Imperialismo britannico, sino ad allora fondato essenzialmente sul commercio, in un Imperialismo votato alla conquista e annessione del territorio anche con ingenti spargimenti di sangue. Più di recente, a metà del 900, la scoperta da parte dell'esploratore tedesco Karl Mauch di antiche rovine nell'attuale Zimbabwe che, egli pensò fossero le rovine del leggendario regno della Regina di Saba, ravvivò l'interesse dell'opinione pubblica su Salomone e le sue ricchezze come quelle provenienti dalla stessa Ofir (interesse mai del tutto sopito) che venne “posizionata” nell'attuale Sudafrica.

Per concludere, una piccola curiosità! Attualmente, esiste al mondo una Ofir dell'oro. Questa è una cittadina mineraria situata a breve distanza da Alexandra, nella regione del Central Otago, in Nuova Zelanda. Qui l'oro si rinviene sia come “alluvionale” ovvero nei depositi alluvionali ed eluviali del Pleistocene (scoperto nel 1864) che nelle vene di quarzite e nelle psammiti (sabbie in questo caso soltanto parzialmente cementate) costituenti il cosiddetto giacimento in “roccia dura” e la cui scoperta risale al 1886.

Ma esiste o è esistita mai una Ofir italiana? E se si dove si trova? La risposta è si! Questa è il Monte Rosa, in Piemonte. Il suo giacimento compreso tra la Valle Anzasca e quella di Antrona con una produzione storica complessiva di circa 25 Tonnellate. Le miniere di questo distretto aurifero non sono più attive dal 2009 a causa degli elevati costi di produzione e conseguente scarsa competitività nel mercato.

 

Le Miniere di Re Salomone - Tra leggenda e realtà

 

Re Salomone


Nel corso della storia sono state protagoniste di racconti, storie e leggende a sfondo più o meno biblico. Più di recente sono state ispirazione di romanzi avventurosi, primo fra tutti quello di H. Rider Haggard, nonché di film hollywoodiani. Ma, a tutt'oggi, ci si chiede ancora dove siano (ammesso che siano mai esistite) queste leggendarie miniere di rame appartenute a Re Salomone.

La Bibbia menziona spesso Re Salomone attribuendogli infinita saggezza ed esagerate ricchezze accumulate negli anni dal sapiente commercio con i regni sia vicini che lontani a quello di Israele ma non attribuisce mai al sovrano attività estrattive di sua appartenenza e di alcuna sorta.

In realtà, nel Vecchio Testamento si fa riferimento a delle leggendarie miniere di rame presenti nell'area del medio-oriente ovvero le “Miniere di Edom”, miniere risalenti a 1.000 anni circa prima di Cristo e dunque, all'epoca in cui Re Salomone visse e regnò, ma ancora una volta, nelle sacre scritture, manca il ben che minimo riferimento al sovrano Israelita.

Più di recente, il famoso Archeologo Thomas Levy, coadiuvato da altri studiosi tra i quali Hingham dell'Università di Oxford, durante una campagna di scavi condotta nello Wadi Feynan, in Giordania meridionale (area peraltro presumibilmente sotto il controllo diretto di Re Salomone), ha portato alla luce un complesso minerario di grandi dimensioni volto all'estrazione del rame che, un successivo esame degli isotopi del Carbonio, fa risalire ancora a circa 1.000 anni prima di Cristo e dunque alla stessa età delle miniere bibliche di Edom e di quella dello stesso Salomone. Allora sono queste le leggendarie “Miniere di Edom”?

Dunque le “Miniere di Re Salomone” non sono altro che le bibliche “Miniere di Edom”? E se lo sono perché allora la Bibbia non fornisce una benché minima “connessione” tra il ricchissimo monarca e queste bibliche miniere di rame? E infine, chi governò veramente su queste miniere del Wadi Feynan? Re Salomone o il suo predecessore Re David??? La datazione basata sugli isotopi del Carbonio, sfortunatamente, non può essere così precisa.


Rame


miniera


Parole chiave: Bibbia. Israele, anello, Tempio. Miniere, rame, Archeologo, Regina di Saba, Giordania, Carbonio, Shishak.

Le miniere di Re Salomone sono esistite davvero???

Re Salomone fu il terzo Re d'Israele e come dice la stessa Bibbia fu anche il più saggio e il più ricco dei Re. Fu colui che grazie ai poteri magici del suo anello ridusse in schiavitù i 72 demoni dell'Ars Goetia costringendoli perfino a lavorare per la costruzione del suo grandioso tempio. A lui si deve, a quanto pare, anche la creazione della stella a 6 punte (Stella di David) simbolo stesso di Israele. Infatti, questo simbolo viene fatto risalire al sigillo mostrato dal suo portentoso anello.

Come dicevamo, la Bibbia lo definisce il più ricco dei Re e dunque sorge spontaneo domandarsi da dove provenisse la sua inestimabile ricchezza. Le leggende narrano di favolose miniere di rame e di oro. Ma dove si trovavano queste miniere? Una cosa è certa, non ci sono assolutamente riscontri nei racconti biblici di possibili attività estrattive legate al famoso Re. Ma nel corso dei secoli divennero oggetto di leggende rese popolari da un racconto di avventura del XIX e da ben tre film di Hollywood.

Il racconto avventuroso, la famosa opera di H. Rider Haggard, “King Solomon's Mines”, pubblicata nel 1885 si ispira alle rovine della città dello Zimbabwe mai esplorata fino al XIX secolo. Queste rovine vennero descritte dall'Archeologo James Theodore Bent ai lettori inglesi come rovine di non meglio precisati edifici costruiti da Fenici o Arabi mentre l'Archeologo tedesco Karl Mauch suggerì che tali edifici fossero concepiti come una sorta di repliche del Palazzo della Regina di Saba a Gerusalemme.

Ma nell'opera di H. Rider Haggard le miniere associate a tali rovine non erano miniere ne di rame ne di oro ma, bensì di diamanti e non avrebbero coinvolto Re Salomone in attività estrattive ma, piuttosto, in un commercio a lunga distanza e dunque, non sarebbero state loro le famose miniere di Re Salomone.

Il riferimento definitivo all'estrazione del rame e non di altre materie prime pregiate fu fornito da Nelson Glueck che attribuì l'estrazione del rame da parte di Re Salomone al sito di Timna ubicato a 25 Km a Nord di Eilat che fu chiamato appunto “Miniere di Re Salomone”. Esso consisteva, in realtà, in una sorta di dedalo costituito da strutture a “pilastro” del tutto naturali formatisi per erosione differenziale dell'acqua e chiamate “Pilastri di Re Salomone”. Dunque, non si trattava assolutamente di scavi o opere murarie e quindi, non era certo il sito in cui erano ubicate le famose miniere.

Ma non molto distanti dal luogo precedentemente descritto, negli anni '50, un certo Beno Rothenberg, portò alla luce un agglomerato minerario per l'estrazione del rame comprensivo di forni per la fusione ma anche di incisioni rupestri, altari e templi e gioielli e manufatti in abbondanza.

Sembrava fatta! Ma ben presto, con grande delusione di molti, lo stesso Rothenberg stabilì che queste strutture non fossero correlabili con Re Salomone.

Attualmente, a detta di molti studiosi, il sito più accreditato per “ospitare” le celeberrime “Miniere di Re Salomone” sembra essere quello di Khirbet al Nahas nel Wady Feynan in Giordania. Esso venne individuato dall'Archeologo Thomas Levy che si trovò davanti ad un grosso complesso minerario per l'estrazione del rame che risulta essere la più vicina fonte di approvvigionamento di rame a Israele. Esso fu caratterizzato da un lungo periodo di attività estrattiva nel periodo in cui visse Re Salomone il quale, essendo il più grande Re della regione avrebbe potuto controllare direttamente questa estesa attività mineraria.

Ma perché il rame? Perché le “Miniere di Re Salomone” dovevano essere miniere di rame? Secondo Thomas Levy la costruzione del Tempio di Salomone avrebbe richiesto grandi quantitativi di metallo tra cui soprattutto rame.

Gli scavi di Thomas Levy insieme a Hingham dell'Università di Oxford iniziarono nel 2002. Uno dei quesiti a cui rispondere era quello di dare una collocazione temporale a questo complesso minerario al fine di poterlo mettere in relazione con Re Salomone e anche con quanto riportato nella Bibbia a proposito delle miniere di Edom. Furono prelevati campioni di carbone e scarti di fusione del rame accatastati per uno spessore di 6 m sopra al terreno vergine (ovvero non scavato). L'analisi del rapporto tra gli isotopi del Carbonio stabilì che quel livello analizzato risale a 3.000 anni fa ovvero al periodo di riferimento delle miniere bibliche di Edom e a quello in cui visse il Re David o suo figlio Salomone. L'autorevole Archeologo Amihai Mazar dell'Università Ebraica si espone dicendo: “Credo che se un giorno, dovessimo trovare gli oggetti di rame del Tempio di Gerusalemme, questi verrebbero da questo sito” sottintendendo che si trattassero sicuramente delle “miniere di Re Salomone”.

In dettaglio, “la prima fase estrattiva sembra essere iniziata subito dopo il 950 a.c.”, spiega Hingham. “Questa fase durò una cinquantina di anni e a questa seguì la costruzione di un grande edificio nel pavimento nel quale sono stati rinvenuti due antichi manufatti egizi in pietra e in ceramica ovvero uno scarabeo e un amuleto. Questi due oggetti sembrano essere stati “importati” durante la campagna militare del Faraone egiziano conosciuto nel Vecchio Testamento col nome di Shishak. Sempre in corrispondenza con la costruzione del pavimento del grande edificio è stato possibile notare un brusco rallentamento nella estrazione e produzione del rame.

Questa potrebbe essere la prova del ruolo predominante di Shishak nella distruzione della più grande “fabbrica di rame” dell'età del ferro conosciuta nel Mediterraneo orientale.

L'ultimo dei quesiti, in ordine di tempo, a cui l'Archeologo Thomas Levy è portato a rispondere è: David o suo figlio Salomone? Chi controllò realmente queste miniere?

La questione è ancora aperta ma intanto c'è anche chi mette in dubbio l'esistenza stessa di Re Salomone, come l'Archeologo Eric Cline della George Washinton University che mette in guardia la comunità scientifica sottolineando che, ad oggi, non ci sono prove tangibili sull'esistenza stessa del ricchissimo sovrano d'Israele, ad eccezione della Bibbia ovviamente.




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