
I
primi segni di estrazione della turchese nel Sinai risalgono agli
inizi del Neolitico, ovvero a circa 8.000 anni fa e consistono,
essenzialmente, in utensili in pietra atti allo scavo, resti di
accampamenti, ecc. lasciati da piccoli gruppi nomadi di minatori di
origine semitica (nemici acerrimi degli Israeliti) provenienti da
Nord. Le tracce più importanti del loro passaggio sono senza dubbio
le iscrizioni rupestri lasciate sia dentro che fuori le pareti degli
scavi. Queste, infatti, rappresentano in assoluto le più antiche
iscrizioni di tipo alfabetico della storia (alfabeto proto –
sinaitico). Addirittura, si pensa che gli stessi Fenici abbiano
“preso spunto” da esse per elaborare il loro famoso alfabeto. In
un primo momento, gli Egizi si limitarono a “coltivare” questi
giacimenti di turchese in assoluta pace se non, addirittura, in
collaborazione con queste genti nomadi già presenti. Ma le cose
cominciarono a cambiare contestualmente all'unificazione dell'intero
regno dell'antico Egitto. Ma il segnale inequivocabile di rottura tra
Egizi e i minatori nomadi si ebbe soltanto più tardi, in
concomitanza dell'inizio della costruzione del famoso tempio dedicato
alla Dea Hathor, edificato proprio al centro del sito minerario di
Serabit El – Khadem (sotto il regno del Faraone Nectanebo II,
intorno al 360 a,c., ultimo Faraone della XXX° dinastia). In breve,
non era concepibile che una Dea così importante del loro Pantheon
avesse “dimora” in una terra straniera pertanto, anche con questo
pretesto, da quel momento in poi, gli Egizi non si sentirono più
“ospiti” in Sinai e per la qualcosa, ben presto, cominciarono a
considerare la penisola come uno dei loro tanti possedimenti. Il
tempio trovò suo totale compimento soltanto in epoca romana ed oggi
è meta di numerosi turisti. Nel complesso, la turchese venne
estratta, in maniera più o meno intensiva, per un lasso di tempo
complessivo di circa 2.000 anni. La preziosa pietra venne impiegata
per la manifattura di gioielli (primo fra tutti la “maschera
funeraria” del celebre Faraone Tutankhamon, XVIII° dinastia”),
ornamenti vari, produzione di smalti, tesserine per mosaici e
pavimenti, ecc. . I due giacimenti principali erano ubicati nella
porzione occidentale del Sinai meridionale. Essi venivano “sfruttati”
mediante apposite spedizioni organizzate nell'arco di tempo
intercorrente tra la piena annuale del Nilo (Dicembre - Gennaio) e la
tarda primavera cosi da evitare le estati torride che caratterizzano,
a tutt'oggi, il Sud del Sinai. La turchese veniva estratta da
livelli, strati o banchi (a seconda dei luoghi) appartenenti alle
geologicamente famose “Arenarie Nubiane” del Cretaceo (ma non
solo), più o meno cementate e/o alterate per weathering. La preziosa
pietra di colore anch'esso variabile da luogo a luogo (la più
apprezzata era quella di color “azzurro cielo”), veniva estratta
sia sottoforma di “schegge” angolose che di piccole masserelle
globulari. Attualmente, questi antichi siti minerari non sono più
attivi, almeno a livello industriale. A rendere poco conveniente lo
sfruttamento dei filoni di turchese del Sinai è stata la
concomitanza di più fattori decisamente negativi, primo fra tutti,
la scoperta e la messa in commercio della, altrettanto bella, turchese
persiana proveniente dalle alture di Neyshapur (Iran).

Parole
chiave: Neolitico, Egizi, Calcolitico, iscrizioni rupestri,
tempio, Dea Hathor, giacimenti, Arenaria Nubiana, azzurro cielo.
Le
prime prove di una rudimentale attività estrattiva della turchese
nella penisola del Sinai (chiamata un arabo Ard Al – Fayourz
ovvero “Terra della turchese”) risalgono a circa 8.000 anni fa
(inizi del Neolitico) e consistono in utensili in pietra atti
allo scavo, iscrizioni rupestri e in generale resti di
insediamenti riferibili a piccoli gruppi di minatori nomadi di
origine semitica provenienti da Nord e “passanti” da un
giacimento all'altro. Intorno al 3.500 a.c. (Calcolitico)
furono scoperti i grandi filoni di turchese di Serabit El-Khadem.
Gli
antichi Egizi chiamarono il Sinai col nome di Mafkat
ovvero “Paese della turchese”(anche se alcuni, più tardi
tradussero il termine Mafkat semplicemente come “turchese”)
e la estrassero, sin dai tempi della Prima dinastia, sia da Serabit
El-Khadem che da un'altra famosa località chiamata Wadi
Magharah (in arabo “Valle delle grotte” per la presenza di
numerosi cunicoli dovuti all'attività estrattiva). Altre località
di una certa importanza dalle quali si estraeva la turchese furono
Wadi Kharig e Wadi Al – Nasib.
Non
appena i regni d'Egitto si unificarono (nel regno del Faraone
Menes, I° dinastia) i primi grandi faraoni volsero la loro
attenzione ai giacimenti di turchese sinaitici e da li a poco ne
diventarono i padroni assoluti avviando un'attività estrattiva ben
organizzata (in special modo nel sito estrattivo Serabit El –
Khadem). Da allora e per i successivi 2.000 anni, grandi
quantitativi di turchese furono estratti e convogliati via mare nel
continente dove venne usata nei modi più disparati quali, la
manifattura dei noti scarabei egizi, in gioielleria e una volta
appositamente triturata veniva utilizzata anche per la produzione di
brillanti smalti che gli Egizi utilizzavano su ogni cosa. Ma
il gioiello più prezioso in assoluto per la cui confezione la
turchese venne abbondantemente utilizzata è la famosa “maschera
funeraria” di Tutankhamon.

Durante
il Medio Regno, nel sito di Serabit El-Khadim fu costruito il
Tempio della Dea
Hathor definita la “Signora della turchese”. Tale tempio
venne parzialmente ricostruito più tardi, nel Nuovo Regno e
completato un epoca romana. La Dea Hathor veniva invocata da
coloro che sfidavano i pericoli del deserto e per avere protezione
nel pericoloso lavoro di estrazione. La Dea Hathor
venne venerata per tutto il Medio e il Nuovo Regno. Il nome stesso di
Serabit El-Khadim dato successivamente al sito dagli arabi
significa “Colonne dello schiavo” con preciso riferimento alle
colonne del Tempio della Dea Hathor e agli
schiavi che lavoravano nelle miniere del comprensorio. La Dea
Hathor era sia la protettrice dei minatori ma era anche la Dea
della fertilità, della gioia e dell'amore.
Nella
religione egizia la turchese simboleggiava la fertilità, la vita e
la gioia e il suo colore azzurro – verde evocava le rive del Nilo e
la promessa della rinascita. La Dea Hathor era considerata la
protettrice di questa pietra. Si credeva così che indossando anche
un semplice gioiello in turchese si avesse dalla Dea Hathor
protezione e vitalità sia in vita che nell'aldilà. Inoltre, la Dea
Hathor, essendo associata con la turchese (simbolo di fertilità)
veniva invocata dalle donne affinché potessero avere figli.
Il
culto della Dea Hathor, Signora della turchese, si
diffuse anche oltre i confini dell'Egitto di pari passo con
l'espansione politico – militare degli Egizi. Arrivò,
infatti, anche a Canaan tra il 1.550 e 1.200 a.c.(Canaan
era la “terra promessa” degli ebrei per intenderci) dove la Dea
egizia fu”assimilata” e identificata con la divinità locale
Astarte. Ad ogni modo, la
costruzione del Tempio
di Hathor,
di fatto, segna la fine della convivenza “estrattiva” tra gli
Egizi
e
la popolazione semitica errante. Infatti, in precedenza, gli Egizi
e le genti semitiche lavoravano fianco a fianco costituendo una sorta
di pacifica comunità mineraria ma, da quel momento gli Egizi
non si sentirono più semplici ospiti in Sinai ma, bensì, padroni di
quelle terre annesse di fatto nel loro regno.
Serabit
El – Khadim o meglio le sue rovine furono scoperte abbastanza
di recente (nel 1762) da Niebuhr, un inviato del Re di
Danimarca alla ricerca di iscrizioni e disegni rupestri.
Niebhur non capì che si trattassero di rovine relative ad
attività estrattive. Soltanto successivamente, un certo Rupell
(nel 1817) capì l'origine mineraria del sito. Ma bisognò arrivare
al 1828 quando un certo Laborde riusci a trovare di fatto la
turchese (“ben cinque pietre”).
Ma
l'importanza delle miniere di turchese nel Sinai va aldilà del
valore religioso e ovviamente commerciale del minerale. Infatti, tali
punti di estrazione hanno un grandissimo valore culturale in quanto
dentro e nei dintorni degli scavi ad essi associati sono state
rinvenute la più antiche iscrizioni alfabetiche della storia
(alfabeto proto – sinaitico). Si pensa, addirittura, che gli
antichi Fenici avessero appreso in quei siti l'uso del loro famoso
alfabeto.
PROPRIETA'
CHIMICHE E FISICHE DELLA TURCHESE
La
turchese è un Fosfato basico idrato di alluminio Al e rame
Cu:
CuAl6[(OH)2|PO4]4H2O. Essa ha
origine dalle soluzioni circolanti che si formano in corrispondenza
dei giacimenti di rame (spesso costituiti da “Porfido cuprifero”).
Il rame in essi contenuto, viene “lisciviato” da dette soluzioni
e deposto, sottoforma di composti secondari (quali appunto la
turchese) altrove. Come impurità nel reticolo è presente
anche Ferro Fe. Il rame e il ferro concorrono a determinarne
il colore il quale dunque, può variare dal blu pi+ o meno intenso
al verde a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro. E' presente
anche il colore grigio biancastro causato probabilmente da rapida
alterazione congiuntamente ad evaporazione dell'acqua di composizione
dai suoi micropori, con conseguente disidratazione (caso piuttosto
frequente nei giacimenti del Sinai). Il colore più apprezzato è il
famoso “azzurro cielo” particolarmente apprezzato dai
Faraoni. Il minerale turchese cristallizza nel sistema triclino. Si
presenta opaco, Ha durezza 6 della scala di Mohs (si graffia con una
punta di quarzo). Presenta frattura concoide. Alla prova dello streak
mostra una striscia bianca. La pietra presenta spesso inclusioni di
limonite aventi color giallo – rossastro ma, anche di granuli di
quarzo trasparenti incolori nonché altri composti di ferro, rame e
manganese Mn.
GEOLOGIA
I
due principali giacimenti di turchese del Sinai ovvero quello
di Wadi Magharah
e quello di Serabit El-Khadim,
ricadono all'interno di una vasta area caratterizzata dalla presenza,
all'affioramento, dei depositi silicoclastici arenitici noti in
letteratura geologica come “Arenarie
Nubiane”, prevalentemente di età
ascrivibile al Cretaceo (ma anche precedenti). Esse sono il prodotto
del disfacimento (ad opera degli agenti esogeni quali vento, acquee
incanalate, ecc.) di un preesistente substrato definito “Basamento
cristallino”.
Tali areniti sono costituite prevalentemente da granuli di quarzo (ma
non mancano quelli di natura feldspatica) e si presentano variamente
cementate (cemento ferruginoso rossastro). Presentano anche, a
luoghi, composti vari associabili ad un avanzato stato di alterazione
ad opera degli agenti atmosferici (weathering).
Non mancano anche, risultanze di fenomeni di origine idrotermale (da
qui la presenza, spesso, di Kaolinite). La colorazione di tali
depositi varia a seconda e soprattutto, del contenuto di ossidi di
ferro. In un tal contesto si rinvengono i filoni di turchese
costituenti i due giacimenti.
Da notare che, questi giacimenti
(insieme ad altri quali quello di Wadi
Kharag, e quello di Wadi
Al - Nasib) sono ubicati
“rigorosamente” nel settore sudoccidentale del Sinai e sono
“associabili” a vicine miniere di rame dalle quali il metallo
viene estratto come costituente di minerali secondari quali,
azzurrite, crisocolla, malachite e cuprite. Nel passato sono state
effettuate numerose spedizioni per la ricerca e prospezione di
possibili filoni di turchese presenti nel settore sudorientale della
penisola ma, stranamente (nonostante le condizioni geologiche di base
non siano affatto tanto dissimili) non ne furono trovati. L'assenza
della turchese nella porzione orientale del Sinai meridionale fu
ufficialmente attestata, piuttosto di recente, da un membro del
Servizio Geologico Egiziano,
il quale scrive:”Attraversando la
regione delle Arenarie Nubiane
si cercò la turchese senza successo, l'unica testimonianza nel Sinai
è quindi la sua presenza a Wadi Magharah e a Serabit El-Khadem
entrambe sul lato occidentale”.

Ritornando
ai due giacimenti storici di maggiore produttività quali
quelli di Wadi Magharan e di Serabit El-Khadem abbiamo
che:
-
Nel comprensorio di Wadi Magharah la turchese si rinviene
appena sotto un sottile strato ferruginoso che separa un sottostante
banco di arenaria violacea risalente al carbonifero (avente spessore
stimato intorno ai 50 m) da uno soprastante di arenaria più chiara
(spessore massimo intorno ai 120 – 130 m). Stratigraficamente più
in alto, si riscontra la presenza di un banco di lave lbasaltiche di
età cenozoica che ricopre le sottostanti arenarie precedentemente
menzionate (Arenarie Nubiane). La turchese si trova nei
livelli più violacei o ferruginosi. Lo strato mineralizzato a
turchese è attraversato da livelli di sabbie sciolte ocra che
formano per erosione cavità di diametro variabile. All'interno di
queste cavità o nella sabbia si rinvengono le “gemme” migliori.
Sottili vene mineralizzate a turchese, ma di qualità inferiore si
trobano come riempimento delle numerose fratture presenti all'interno
dello spessore arenaceo. La turchese è distribuita, comunque, in
modo estremamente irregolare e una faglia con immersione verso ovest
chiude il giacimento. Nel comprensorio di Wadi Magharah le due
principali miniere sono quelle di Wadi Qenaia e quella di
Sidri. Ad ogni modo, la turchese di qualità migliore (color
“azzurro cielo”
tanto cara ai faraoni) si veniva estratta dalla località di Yahudia.
- Invece,
nel comprensorio di Serabit El-Khadem, la turchese si ritrova
come riempimento di fratture che attraversano uno spessore di
arenarie ferruginose sormontate da un sottile banco di natura
carbonatica. Questa porzione di arenaria ferruginosa entro la quale
si trova la turchese non supera generalmente i 5 – 6 m di spessore.
CENNI
SULLE MODALITA' ESTRATTIVE EGIZIE
Gli
Egizi non usavano lasciare loro guarnigioni a difesa dei punti
estrattivi del Sinai e il loro modo di operare consisteva piuttosto
nell'organizzare apposite spedizioni che, partendo direttamente dalla
madre patria, raggiungevano i siti di estrazione nel Sinai. Queste
spedizioni erano condotte da un capo (di solito un funzionario
esperto in organizzazione) ed erano costituite da 400 – 500 uomini
(spesso schiavi). Le spedizioni avvenivano una volta all'anno ma
talora anche ogni due anni. Partivano subito dopo il periodo di
esondazione del Nilo (Dicembre – Gennaio) e ritornavano prima
dell'arrivo della stagione calda. Gli uomini dormivano in piccoli
alloggi fatti in pietra e portavano con loro i viveri direttamente
dall'Egitto.
L'estrazione
vera e propria avveniva con attrezzi rudimentali e soprattutto con
modalità in “superficie”. In realtà, sono note anche gallerie e
tunnel seguenti i filoni mineralizzati, sviluppate fino ad una
profondità considerevole (30 – 40 m dal piano campagna p.c.). Si
usavano scalpelli in rame sui quali si battevano pesanti martelli di
pietra con manico un legno. Il materiale veniva estratto sia
sottoforma di materiale scheggiato più e sia come masserelle
globulari di varia dimensione. I sottoprodotti dell'estrazione della
turchese quali, ossidi di manganese, ossidi di ferro, ecc. venivano
raccolti e conservati per produrre vernici e smalti vari. Alla fine
della stagione estrattiva, prima di tornare in patria, erano soliti
lasciare iscrizioni rupestri riportanti i loro successi e le quantità
estratte del prezioso minerale.
CONCLUSIONI
Attualmente,
le antiche miniere di turchese del Sinai non sono da considerarsi
attive, almeno a livello industriale. A rendere svantaggioso lo
sfruttamento dei filoni di turchese in Sinai è stata la concomitanza
di diversi fattori quali, le condizioni ambientali spesso proibitive
(clima desertico) per gran parte dell'anno, la estrema delicatezza
della pietra turchese sinaitica eccessivamente instabile e soggetta a
disidratazione nonché cambiamento di colore, impossibilità di
utilizzo dei moderni macchinari atti allo scavo a causa dell'estrema
frammentazione, non continuità delle vene mineralizzate che si
presentano notevolmente sparse e discontinue e infine, forse il
fattore più determinante, la comparsa sui mercati della altrettanto
bella turchese persiana proveniente dal piccolo villaggio di Maden nei pressi di Neyshapur (Iran) e apprezzata per il suo colore blu vivido
conferitole da una notevole percentuale di rame.