Parole chiave: Neolitico, Egizi, Calcolitico, iscrizioni rupestri, tempio, Dea Hathor, giacimenti, Arenaria Nubiana, azzurro cielo.
Le prime prove di una rudimentale attività estrattiva della turchese nella penisola del Sinai (chiamata un arabo Ard Al – Fayourz ovvero “Terra della turchese”) risalgono a circa 8.000 anni fa (inizi del Neolitico) e consistono in utensili in pietra atti allo scavo, iscrizioni rupestri e in generale resti di insediamenti riferibili a piccoli gruppi di minatori nomadi di origine semitica provenienti da Nord e “passanti” da un giacimento all'altro. Intorno al 3.500 a.c. (Calcolitico) furono scoperti i grandi filoni di turchese di Serabit El-Khadem.
Gli antichi Egizi chiamarono il Sinai col nome di Mafkat ovvero “Paese della turchese”(anche se alcuni, più tardi tradussero il termine Mafkat semplicemente come “turchese”) e la estrassero, sin dai tempi della Prima dinastia, sia da Serabit El-Khadem che da un'altra famosa località chiamata Wadi Magharah (in arabo “Valle delle grotte” per la presenza di numerosi cunicoli dovuti all'attività estrattiva). Altre località di una certa importanza dalle quali si estraeva la turchese furono Wadi Kharig e Wadi Al – Nasib.
Non appena i regni d'Egitto si unificarono (nel regno del Faraone Menes, I° dinastia) i primi grandi faraoni volsero la loro attenzione ai giacimenti di turchese sinaitici e da li a poco ne diventarono i padroni assoluti avviando un'attività estrattiva ben organizzata (in special modo nel sito estrattivo Serabit El – Khadem). Da allora e per i successivi 2.000 anni, grandi quantitativi di turchese furono estratti e convogliati via mare nel continente dove venne usata nei modi più disparati quali, la manifattura dei noti scarabei egizi, in gioielleria e una volta appositamente triturata veniva utilizzata anche per la produzione di brillanti smalti che gli Egizi utilizzavano su ogni cosa. Ma il gioiello più prezioso in assoluto per la cui confezione la turchese venne abbondantemente utilizzata è la famosa “maschera funeraria” di Tutankhamon.
Durante il Medio Regno, nel sito di Serabit El-Khadim fu costruito il Tempio della Dea Hathor definita la “Signora della turchese”. Tale tempio venne parzialmente ricostruito più tardi, nel Nuovo Regno e completato un epoca romana. La Dea Hathor veniva invocata da coloro che sfidavano i pericoli del deserto e per avere protezione nel pericoloso lavoro di estrazione. La Dea Hathor venne venerata per tutto il Medio e il Nuovo Regno. Il nome stesso di Serabit El-Khadim dato successivamente al sito dagli arabi significa “Colonne dello schiavo” con preciso riferimento alle colonne del Tempio della Dea Hathor e agli schiavi che lavoravano nelle miniere del comprensorio. La Dea Hathor era sia la protettrice dei minatori ma era anche la Dea della fertilità, della gioia e dell'amore.
Nella religione egizia la turchese simboleggiava la fertilità, la vita e la gioia e il suo colore azzurro – verde evocava le rive del Nilo e la promessa della rinascita. La Dea Hathor era considerata la protettrice di questa pietra. Si credeva così che indossando anche un semplice gioiello in turchese si avesse dalla Dea Hathor protezione e vitalità sia in vita che nell'aldilà. Inoltre, la Dea Hathor, essendo associata con la turchese (simbolo di fertilità) veniva invocata dalle donne affinché potessero avere figli.
Il culto della Dea Hathor, Signora della turchese, si diffuse anche oltre i confini dell'Egitto di pari passo con l'espansione politico – militare degli Egizi. Arrivò, infatti, anche a Canaan tra il 1.550 e 1.200 a.c.(Canaan era la “terra promessa” degli ebrei per intenderci) dove la Dea egizia fu”assimilata” e identificata con la divinità locale Astarte. Ad ogni modo, la costruzione del Tempio di Hathor, di fatto, segna la fine della convivenza “estrattiva” tra gli Egizi e la popolazione semitica errante. Infatti, in precedenza, gli Egizi e le genti semitiche lavoravano fianco a fianco costituendo una sorta di pacifica comunità mineraria ma, da quel momento gli Egizi non si sentirono più semplici ospiti in Sinai ma, bensì, padroni di quelle terre annesse di fatto nel loro regno.
Serabit El – Khadim o meglio le sue rovine furono scoperte abbastanza di recente (nel 1762) da Niebuhr, un inviato del Re di Danimarca alla ricerca di iscrizioni e disegni rupestri. Niebhur non capì che si trattassero di rovine relative ad attività estrattive. Soltanto successivamente, un certo Rupell (nel 1817) capì l'origine mineraria del sito. Ma bisognò arrivare al 1828 quando un certo Laborde riusci a trovare di fatto la turchese (“ben cinque pietre”).
Ma l'importanza delle miniere di turchese nel Sinai va aldilà del valore religioso e ovviamente commerciale del minerale. Infatti, tali punti di estrazione hanno un grandissimo valore culturale in quanto dentro e nei dintorni degli scavi ad essi associati sono state rinvenute la più antiche iscrizioni alfabetiche della storia (alfabeto proto – sinaitico). Si pensa, addirittura, che gli antichi Fenici avessero appreso in quei siti l'uso del loro famoso alfabeto.
PROPRIETA' CHIMICHE E FISICHE DELLA TURCHESE
La turchese è un Fosfato basico idrato di alluminio Al e rame Cu: CuAl6[(OH)2|PO4]4H2O. Essa ha origine dalle soluzioni circolanti che si formano in corrispondenza dei giacimenti di rame (spesso costituiti da “Porfido cuprifero”). Il rame in essi contenuto, viene “lisciviato” da dette soluzioni e deposto, sottoforma di composti secondari (quali appunto la turchese) altrove. Come impurità nel reticolo è presente anche Ferro Fe. Il rame e il ferro concorrono a determinarne il colore il quale dunque, può variare dal blu pi+ o meno intenso al verde a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro. E' presente anche il colore grigio biancastro causato probabilmente da rapida alterazione congiuntamente ad evaporazione dell'acqua di composizione dai suoi micropori, con conseguente disidratazione (caso piuttosto frequente nei giacimenti del Sinai). Il colore più apprezzato è il famoso “azzurro cielo” particolarmente apprezzato dai Faraoni. Il minerale turchese cristallizza nel sistema triclino. Si presenta opaco, Ha durezza 6 della scala di Mohs (si graffia con una punta di quarzo). Presenta frattura concoide. Alla prova dello streak mostra una striscia bianca. La pietra presenta spesso inclusioni di limonite aventi color giallo – rossastro ma, anche di granuli di quarzo trasparenti incolori nonché altri composti di ferro, rame e manganese Mn.
GEOLOGIA
I due principali giacimenti di turchese del Sinai ovvero quello di Wadi Magharah e quello di Serabit El-Khadim, ricadono all'interno di una vasta area caratterizzata dalla presenza, all'affioramento, dei depositi silicoclastici arenitici noti in letteratura geologica come “Arenarie Nubiane”, prevalentemente di età ascrivibile al Cretaceo (ma anche precedenti). Esse sono il prodotto del disfacimento (ad opera degli agenti esogeni quali vento, acquee incanalate, ecc.) di un preesistente substrato definito “Basamento cristallino”. Tali areniti sono costituite prevalentemente da granuli di quarzo (ma non mancano quelli di natura feldspatica) e si presentano variamente cementate (cemento ferruginoso rossastro). Presentano anche, a luoghi, composti vari associabili ad un avanzato stato di alterazione ad opera degli agenti atmosferici (weathering). Non mancano anche, risultanze di fenomeni di origine idrotermale (da qui la presenza, spesso, di Kaolinite). La colorazione di tali depositi varia a seconda e soprattutto, del contenuto di ossidi di ferro. In un tal contesto si rinvengono i filoni di turchese costituenti i due giacimenti. Da notare che, questi giacimenti (insieme ad altri quali quello di Wadi Kharag, e quello di Wadi Al - Nasib) sono ubicati “rigorosamente” nel settore sudoccidentale del Sinai e sono “associabili” a vicine miniere di rame dalle quali il metallo viene estratto come costituente di minerali secondari quali, azzurrite, crisocolla, malachite e cuprite. Nel passato sono state effettuate numerose spedizioni per la ricerca e prospezione di possibili filoni di turchese presenti nel settore sudorientale della penisola ma, stranamente (nonostante le condizioni geologiche di base non siano affatto tanto dissimili) non ne furono trovati. L'assenza della turchese nella porzione orientale del Sinai meridionale fu ufficialmente attestata, piuttosto di recente, da un membro del Servizio Geologico Egiziano, il quale scrive:”Attraversando la regione delle Arenarie Nubiane si cercò la turchese senza successo, l'unica testimonianza nel Sinai è quindi la sua presenza a Wadi Magharah e a Serabit El-Khadem entrambe sul lato occidentale”.
Ritornando ai due giacimenti storici di maggiore produttività quali quelli di Wadi Magharan e di Serabit El-Khadem abbiamo che:
- Nel comprensorio di Wadi Magharah la turchese si rinviene appena sotto un sottile strato ferruginoso che separa un sottostante banco di arenaria violacea risalente al carbonifero (avente spessore stimato intorno ai 50 m) da uno soprastante di arenaria più chiara (spessore massimo intorno ai 120 – 130 m). Stratigraficamente più in alto, si riscontra la presenza di un banco di lave lbasaltiche di età cenozoica che ricopre le sottostanti arenarie precedentemente menzionate (Arenarie Nubiane). La turchese si trova nei livelli più violacei o ferruginosi. Lo strato mineralizzato a turchese è attraversato da livelli di sabbie sciolte ocra che formano per erosione cavità di diametro variabile. All'interno di queste cavità o nella sabbia si rinvengono le “gemme” migliori. Sottili vene mineralizzate a turchese, ma di qualità inferiore si trobano come riempimento delle numerose fratture presenti all'interno dello spessore arenaceo. La turchese è distribuita, comunque, in modo estremamente irregolare e una faglia con immersione verso ovest chiude il giacimento. Nel comprensorio di Wadi Magharah le due principali miniere sono quelle di Wadi Qenaia e quella di Sidri. Ad ogni modo, la turchese di qualità migliore (color “azzurro cielo” tanto cara ai faraoni) si veniva estratta dalla località di Yahudia.
- Invece, nel comprensorio di Serabit El-Khadem, la turchese si ritrova come riempimento di fratture che attraversano uno spessore di arenarie ferruginose sormontate da un sottile banco di natura carbonatica. Questa porzione di arenaria ferruginosa entro la quale si trova la turchese non supera generalmente i 5 – 6 m di spessore.
Gli Egizi non usavano lasciare loro guarnigioni a difesa dei punti estrattivi del Sinai e il loro modo di operare consisteva piuttosto nell'organizzare apposite spedizioni che, partendo direttamente dalla madre patria, raggiungevano i siti di estrazione nel Sinai. Queste spedizioni erano condotte da un capo (di solito un funzionario esperto in organizzazione) ed erano costituite da 400 – 500 uomini (spesso schiavi). Le spedizioni avvenivano una volta all'anno ma talora anche ogni due anni. Partivano subito dopo il periodo di esondazione del Nilo (Dicembre – Gennaio) e ritornavano prima dell'arrivo della stagione calda. Gli uomini dormivano in piccoli alloggi fatti in pietra e portavano con loro i viveri direttamente dall'Egitto.
L'estrazione vera e propria avveniva con attrezzi rudimentali e soprattutto con modalità in “superficie”. In realtà, sono note anche gallerie e tunnel seguenti i filoni mineralizzati, sviluppate fino ad una profondità considerevole (30 – 40 m dal piano campagna p.c.). Si usavano scalpelli in rame sui quali si battevano pesanti martelli di pietra con manico un legno. Il materiale veniva estratto sia sottoforma di materiale scheggiato più e sia come masserelle globulari di varia dimensione. I sottoprodotti dell'estrazione della turchese quali, ossidi di manganese, ossidi di ferro, ecc. venivano raccolti e conservati per produrre vernici e smalti vari. Alla fine della stagione estrattiva, prima di tornare in patria, erano soliti lasciare iscrizioni rupestri riportanti i loro successi e le quantità estratte del prezioso minerale.
CONCLUSIONI





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