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lunedì 19 gennaio 2026

La "Via dell'Opale" - Storie, Miti, Leggende e Usi dell'Opale

 

Opale generico


Sin da tempi immemori l'Opale, con il suo caleidoscopico gioco di colori, detto anche “fuoco”, ha trovato posto nella vita e nell'immaginario collettivo dell'essere umano, prova ne sia che già nel Neolitico (6000 anni fa), sono stati rinvenuti in Kenya, all'interno di una grotta, vari utensili in questa pietra. L'Opale era già conosciuto e usato anche presso le civiltà precolombiane degli Aztechi e Maya e dai nativi del Nord America. 

Questa gemma era molto apprezzata anche dai Greci e dai Romani sia per il suo valore estetico che per quello medicamentoso (infatti i Greci la usavano per proteggere e guarire la vista e pertanto fu definita “Pietra dell'occhio”). Sempre dai Greci sembra derivare il suo attuale nome, infatti era chiamata Opallios (che significa qualcosa come “vedere un cambiamento di colori). Molti Autori, ultimamente invece, fanno derivare il nome "Opale" dal termine Sanscrito Upala che significa appunto “Pietra preziosa”. 

Per i Romani, l'Opale (Opalus) era considerato secondo soltanto allo Smeraldo e persino l'Imperatore Marco Antonio ne era un grande estimatore e collezionista. Sempre dall'Antica Roma provengono le numerose citazioni (quasi delle Odi) del famoso studioso Plinio (Plinio “Il Vecchio”).

 Ma la reputazione dell'Opale nella storia non è stata sempre positiva. Nel medioevo, infatti, si alternarono periodi in cui la gemma era famosa per la sua carica positiva (tanto da essere utilizzata per guarire dalla Peste nera) e periodi in cui era considerata foriera di sventure varie.

Più in la, nel XIX secolo, fu considerata, addirittura, l'artefice (incastonata in un anello) di una vera e propria moria all'interno della Corte di Re Alfonso XII di Spagna.

Le cose cambiarono, Napoleone I° lo diede in regalo alla sua Giuseppina ma un po' dopo, la cattiva interpretazione di un bellissimo romanzo del famoso scrittore Walter Scott riporò all'Opale l'ingiusta fama di portatrice di sventura e morte.

L'Opale, nel passato, proveniva esclusivamente dall'Est Europa e più precisamente da Cernowiz, nell'attuale Slovacchia. Ma le cose cambiarono allorquando l'Opale non fu scoperto, alla metà dell'ottocento, nella lontana Australia. L'entrata sui mercati mondiali di questo “nuovo” Opale di maggior pregio, avvenuta nei primi decenni del 900, segnò il declino dell'Opale europeo.

Attualmente, l'Australia detiene il primato assoluto della produzione e commercio di questa gemma preziosa (addirittura il 95 % dell'Opale in circolazione nel mondo proviene dall'Australia).

Al giorno d'oggi, l'Opale è largamente utilizzato nelle varie discipline olistiche e esoteriche ma, trova largo uso anche come abrasivo, medicamento e fertilizzante.

Dal punto di vista chimico l'Opale è costituito da Silice idrata amorfa (anche se, come si vedrà più avanti, si hanno anche varietà microcristalline) e ha proprietà fisiche ottiche dalle quali proviene il suo fantastico "gioco di colori" che lo ha reso così apprezzato dall'uomo nel corso della sua storia. 


Parole chiave; gioco di colori, Upala, Opallius, Opalus, Pietra dell'occhio, Plinio, Cernowiz, Peste nera, Napoleone I, Re, Regina, Walter Scott, talismano, Australia, esoterismo, segno zodiacale, chakra, Tripoli, farmacia, fertilizzanti, Silice, struttura, amorfo, microcristallino.

STORIE, MITI E LEGGENDE

Da sempre l'Opale, per via del suo caleidoscopico “gioco di colori ha affascinato l'uomo, infatti, si hanno prove archeologiche che dimostrano che l'Opale fu estratto per la prima volta già 10.000 fa, nella Virgin Valley, in Nord America. Inoltre, è stato rinvenuto sottoforma di manufatti risalenti a circa 6000 anni fa, in Kenya, all'interno di una grotta. Si pensa che tali utensili provenissero, in realtà, dall'Etiopia dove si ha una eccellente disponibilità di Opale. Nel Vecchio Mondo, l'Opale era estratto nell'attuale Slovacchia e da li l'intera Europa e il Medio Oriente si rifornivano. Invece, il Messico e l'Honduras rifornivano di questa pietra preziosa l'Impero Azteco. Reperti archeologici dimostrano che i Maya utilizzavano l'Opale come componente in “odontoiatria”, assieme alla turchese e la giada, incastonando frammenti di dette pietre nei denti stessi.

Gli stessi conquistadores portarono, al loro ritorno in Spagna, l'Opale del Nuovo Mondo.

Da tutt'altra parte del globo, in Australia, gli aborigeni hanno da sempre apprezzato l'Opale per la sua bellezza e energia e diedero alla gemma il nome di “Serpente Arcobaleno” descrivendola con una storia, nella loro "creazione" secondo la quale il creatore prese i colori dell'arcobaleno trasformandoli in pietra per creare l'Opale. Invece, un'altra storia, sempre aborigena, racconta che il creatore percorse una strada per diffondere il suo messaggio di pace e ad ogni suo passo, i sassolini che calpestava si trasformavano in opali.

Invece, nella mitologia indiana si narra che la Dea Arcobaleno si fosse trasformata in pietra (Opale) per sfuggire ai suoi pretendenti assoggettati da un suo stesso incantesimo.

Ancora, nella mitologia araba, si credeva che i frammenti di Opale cadessero dal cielo durante i temporali, intrisi dei colori infuocati dei fulmini.

Il nome della pietra Opale deriva, secondo molti autori, dal Sanscrito “Upala” che significa “Pietra preziosa”. Altri lo attribuiscono al Greco antico “Opallios” e dunque al Latino “Opalus” che in entrambi i casi sta ad indicare “il vedere un cambiamento di colore”. Gli antichi Greci credevano che gli opali conferissero ai loro possessori il dono della profezia e che li proteggessero dalle malattie . In particolare, la gemma fu definita “ophthalmios” ovvero “Pietra dell'occhioin quanto, si credeva che avesse capacità protettive e curative sulla vista. Nella mitologia greca Zeus fu cosi felice di aver sconfitto i Titani che pianse lacrime che si trasformarono in opali, una volta toccate il suolo.

Invece, nell'Antica Roma la pietra simboleggiava amore e speranza. Lo stesso Imperatore Marco Antonio si narra, da fonti del tempo, che amasse talmente gli opali tanto da bandire uno dei suoi Senatori che si rifiutò di vendergliene uno, grosso quanto una noce. Si pensa che desiderasse tanto questo Opale per la sua amante Cleopatra. In generale, l'Opale è frequentemente menzionato nelle fonti storiche di epoca romana e soprattutto in quelle di Plinio (Plinio “Il Vecchio”). Nel 75 d.c. lo studioso romano osservò: ”Alcuni opali hanno in se un tale gioco da eguagliare i colori più profondi e ricchi dei pittori. Altri simulano il fuoco fiammeggiante dello zolfo ardente e persino la brillante vampa dell'olio ardente”. Inoltre, si meravigliò che questa gemma racchiudesse in se, contemporaneamente, il rosso del rubino (ma alcuni hanno tradotto come: ”il rosso del Carbonchio”), il verde dello smeraldo, il giallo del topazio e il viola dell'ametista. Nonostante Plinio “Il Vecchio” fosse stato un grandissimo estimatore dell'Opale egli stesso, credeva che l'Opale da esso posseduto fosse originario dell'India, probabilmente perché gli stessi commercianti di Opale nascondevano la reale provenienza europea (miniera di Cernowiz nell'attuale Slovacchia) spacciandolo come di provenienza indiana e conferendo così alla merce, un tocco esotico e dunque, un maggior costo.

Nel corso della storia questa gemma è stata vista, a seconda dei periodi, sia come portatrice di buona che di cattiva sorte. Per tutto il Medioevo (V – XIV secolo) l'Opale fu considerata a periodi sia una pietra “benefica” che “malefica”. Ad esempio, nel medioevo, nell'anno della “Peste nera” (1347) i “dottori” del tempo usavano curare gli ammalati facendo infusi costituiti da polvere di Opale macinato e miscelato con acqua calda. In questo stesso periodo persino le donne bionde usavano indossare collane di Opale in quanto, si pensava che, la gemma potesse proteggere i capelli dalla perdita di colore. Nel periodo successivo, gli opali erano, di sovente, incastonati nei gioielli delle varie Corone regnanti e, lo stesso Napoleone I ne donò uno di straordinaria bellezza e dal colore rosso (Opale di fuoco chiamato “L'incendio di Troia” o “Fuoco di Troia”) all'Imperatrice Giuseppina. A questo periodo però, fece seguito un periodo, a partire dal XVIII fino al XIX secolo, in cui questa bellissima pietra fu associata alla cattiva sorte e alla disgrazia in quanto portatrice di carestie e pestilenze.

A peggiorar le cose, a metà del XIX secolo si diffuse la storia di un Opale “maledetto” che seminò morte alla corte di Re Alfonso XII di Spagna. Il Re ricevette in dono per vendetta, da una Contessa che lui stesso aveva precedentemente corteggiato, un anello in Opale che regalò, successivamente,  alla sua sposa. Questa, dopo qualche giorno, morì misteriosamente. L'anello fece il giro della corte e ogniqualvolta che qualcuno ne entrava in possesso questi,  moriva in circostanze misteriose. Allora, lo stesso Re Alfonso decise di indossarlo. Dopo qualche giorno anch'egli morì per cause non accertabili. La colpa fu data all'anello che fu definito “maledetto” senza tener conto che, in quegli anni, in Spagna e in tutta Europa, era in corso una terribile epidemia di colera che, in poco tempo, fece circa 100.000 vittime appartenenti, peraltro, a qualunque ceto sociale.

Successivamente, la Regina Vittoria d'Inghilterra fece di tutto per cambiare la cattiva reputazione dell'Opale. Diventò una brava intenditrice dell'Opale possedendone una magnifica collezione personale con gioielli,  in Opale che, indossò per tutta la durata del suo regno. La Principessa Mary di Gloucester regalò alla nipote (la Regina Vittoria) un anello in Opale precedentemente appartenente alla Regina Carlotta.

Ma la fama infausta continuò in epoca moderna, a causa di una lettura approssimativa del bel romanzo del grande Walter ScottAnna di Geierstein” in cui, il talismano in Opale indossato dalla protagonista Lady Hermione perde i suoi colori dopo il contatto on l'acqua santa, portandola alla morte. Questo evento letterario portò ad un drastico calo delle vendite. Altri grandi poeti e scrittori che menzionarono la pietra Opale nelle loro opere furono William Shakespire e Gabriele D'Annunzio e, più precisamente il primo, definì l'Opale: “Un miracolo e la Regina delle gemme”, mentre il secondo (D'Annunzio) nel componimento “Albasia riferì: ”Il mare è Opale con vene di crisolito, come i mari dell'Asia, immoto albore, di gemme fuse.”.

Se in epoca storica, l'Opale proveniva esclusivamente dalle miniere di Cernowiz (nell'attuale Slovacchia e detto quindi, impropriamente, “Opale ungherese”) pian piano si cominciarono a scoprire altri giacimenti in giro per il mondo fin quando, a metà dell'800 non fu scoperto l'Opale in Australia (nei pressi di Angaston, South Australia, 1849) che diventò, ben presto la maggiore produttrice mondiale in assoluto. Nel 1954, nel corso di una sua visita di stato in Australia venne donato alla Regina Elisabetta II d'Inghilterra un Opale (varietà “Opale matrice” di Andamooka) di ben 203 carati dal quale vennero ricavate una collana e un paio di orecchini che, attualmente, fanno parte del “Tesoro della Corona Britannica”.


Anello Opale
Fig.1; "Anello in Opale".

L'Opale australiano fece la sua comparsa nei mercati europei e mondiali nel 1890. Immediatamente i proprietari delle miniere “ungheresi” si premurarono ad “infangare” la bellissima pietra australiana dicendo che non fosse autentica ma, ben presto (nel 1932) le miniere “ungheresi” dovettero chiudere i battenti, proprio perché non furono in grado di competere con quelle australiane e con il loro “prodotto” di più alto pregio, lasciando così all'Australia, il primato di maggiore produttrice al mondo di Opale. Attualmente, l'Australia, da sola, copre circa il 95 % dell'intero mercato mondiale dell'Opale. La maggior parte dell'Opale di provenienza australiana viene estratto nei cosiddetti “Campi di Opale” dell'Outback (entroterra) australiano che è costituito da una ampia area semidesertica o addirittura desertica del continente australiano e ricadente negli Stati del Nuovo Galles del Sud, del Queensland e dell'Australia meridionale. Uno dei problemi più grossi da affrontare per i minatori, nell'Outback australiano, è la forte siccità dei luoghi che ostacola anche le operazioni di estrazione e quelle di lavaggio e vagliatura del materiale estratto. Come già detto, la prima scoperta di Opale (varietà comune, non preziosa) fu effettuata nei pressi di Angaston, in Australia meridionale, nel 1849 ma, l'inizio della grande epopea dell'Opale australiano si ebbe soltanto qualche decennio dopo, nel 1890 nel Nuovo Galles del Sud e più esattamente nella località di White Cliffs con il rinvenimento e l'estrazione del primo Opale prezioso a cui fece seguito, quello di Opalton nel 1896 nel Queensland e quello di Lightning Ridge nel Nuovo Galles del Sud, nel 1905 col famoso giacimento di Opale nero prezioso e di altissima qualità (Fig.2; "Opale nero prezioso di Lightening Ridge"). Questi ritrovamenti portarono numerosi minatori sia professionisti che improvvisati nelle terre inospitali dell'Outback australiano.


Opale nero
Fig.2; "Opale nero prezioso di Lightening Ridge".

Nello Stato dell'Australia meridionale, dopo la scoperta di Angaston, furono rinvenuti, ma soltanto parecchio tempo dopo, gli importantissimi giacimenti di Opale bianco o meglio lattiginoso bianco (White milky opal) di Coober Pedy. nel 1912 e quello di Opale matrice (matrix opal) di Andamooka nel 1930.


Opale con matrice
Fig.3; "Opale con matrice".

In quegli anni, l'estrazione dell'Opale avveniva con mezzi rudimentali (pale e picconi) e con la tecnica detta a “pozzo”. Ovvero, veniva scavato verticalmente un pozzo di modesto diametro (1.00 – 1.50 m) lungo il quale. i minatori si “calavano” fino a raggiungere il fondo, a partire dal quale, lo scavo avveniva più o meno orizzontalmente e seguendo le varie venature o lenti che man mano andavano incontrando. Tutto questo, con pochissima acqua a disposizione e a temperature, spesso, superiori ai 40° C.

Tali condizioni di lavoro, spesso quasi impossibili, inficiarono sulla produzione e rendita dei giacimenti di Opale australiano. In più, le due “grandi guerre mondiali” e la depressione degli anni '30 del secolo scorso, rallentarono, sin quasi al totale declino, l'andamento del mercato dell'Opale australiano, fin quando, nel secondo dopoguerra, furono scoperti nuovi giacimenti che diedero nuovo stimolo e respiro all'estrazione e al mercato dell'Opale. Ma la situazione si capovolse del tutto e favorevolmente, soltanto quando nei primi anni '70 del secolo scorso, furono introdotti, nei Campi di Opale, i primi macchinari utili all'estrazione quali, pale meccaniche, trivelle, betoniere opportunamente modificate e anche bulldozer.

Di seguito, riportiamo alcuni degli opali più famosi e pregiati di tutti i tempi:

Opale Olimpico Australis:

E' uno degli opali più preziosi e famosi al mondo. Fu trovato a Coober Pedy ( Australia meridionale), nel 1956 e deve il suo nome ai Giochi Olimpici che si svolsero in quell'anno a Melbourne (AUS). Ha un peso di 3450 gr che corrisponde a 17.250 ct.  (carati)

Il suo valore attuale è di oltre 2.500.000 Dollari australiani.

Opale Aurora Australis:

E' considerato l'Opale nero più famoso di tutti i tempi. Fu trovato a Lighting Ridge, nel Nuovo Galles del Sud, nel 1938 in un sedimento di origine marina. Il suo motivo arlecchino con colori cangianti dal verde al rosso e al blu su "colore del corpo" nero ricorda quello di un'aurora australe e da qui il nome.

Questo è probabilmente il più “misterioso” tra tutti gli opali famosi.

Il suo peso è di 180 ct.

Il suo valore è stimato in 1.000.000 di Dollari Australiani.

Opale Andamooka:

Prende il nome dalla località (Andanooka) ben conosciuta per i suoi opali matrice. Detto anche “Opale della Regina”, ovvero, “Queen's Opal” diventò uno degli opali più famosi al mondo in quanto, donato alla Regina Elisabetta II in occasione della sua prima visita di stato in Australia, nel 1954.

Si trova, in gran parte incastonato in una collana di Palladio.

Il suo peso è di 203 ct.

Il suo valore è inestimabile.

Opale “Fuoco di Troia” o “L'Incendio di Troia” o ancora “Pandora”:

Prende il nome dal suo colore rosso vivo (varietà Opale di fuoco) ed è famoso in quanto donato dall'Imperatore Napoleone I alla sua Giuseppina (Josephine de Beauharnais).

E' stato trafugato in occasione della seconda guerra mondiale.

Peso 700 ct.

Il suo reale valore non è stato reso noto.

Opale Regina del fuoco:

Fu trovato presso le miniere australiane di Angledool, nel 1906 da un certo Dunstan e pertanto, conosciuto, per molto tempo come “Pietra di Dustan”. Si narra che egli la rivendette per soli 100 Sterline ad un acquirente sconosciuto. Nel corso della sua storia cambiò spesso proprietario e finì, per ultimo, per essere acquistato, per soli 75.000 Dollari, dal miliardario Rockfeller.

E' un “nobby” (nodulo) di inestimabile bellezza e alcuni hanno definito questa pietra come “troppo bella per essere descritta a parole”

Il suo peso è di 900 ct.

Il suo valore è di gran lunga superiore ai 75.000 Dollari.


USI DELL'OPALE AL GIORNO D'OGGI

Fin qui, abbiamo esposto le varie peripezie, le gioie e i dolori delle quali, l'Opale è stato protagonista e oggetto nel passato. Adesso però, andiamo a vedere cosa lega, attualmente, questa bellissima gemma all'uomo, ovvero, quali sono i principali usi e significati attribuiti all'Opale al giorno d'oggi.

Oltre che in gioielleria (dove l'Opale è largamente e a pieno merito, utilizzato oltre che, sottoforma di pezzi integri o doppiette e triplette) attualmente, è utilizzato in Cristalloterapia (Litoterapia) dove, riveste un ruolo importante nel supportare i cambiamenti di vita, le trasformazioni in generale e nel rinforzare l'intuizione nonché facilitare una migliore introspezione e comprensione di se stessi. Inoltre, stimola l'amor proprio e l'accettazione di se e aiuta l'immaginazione e l'ispirazione artistica. Inoltre, avrebbe anche il potere di aumentare le capacità psichiche, prima fra tutte, la chiaroveggenza. Infine, aiuterebbe ad alleviare i disturbi del sonno.

Nell'esoterismo, in generale, ogni pietra è associata ad un segno zodiacale e ad un chakra.

Nel caso dell'Opale e di altre gemme, la diversa associazione è funzione, principalmente, del colore della pietra.

Per quanto riguarda i segni zodiacali si ha:

Per la Bilancia, l'Opale, in generale, rafforza essenzialmente l'equilibrio emotivo della persona.

Per i Pesci, l'Opale aiuta a canalizzare l'emotività in eccesso e a migliore l'intuizione.

A seconda del colore, si “adatta” al segno dei Gemelli (se il colore dell'Opale è bianco), a quello del Sagittario (se è rosso come nell'Opale di fuoco) e al Toro ( nel caso la pietra Opale sia di colore verde).

Per quanto riguarda i chakra, invece:

L'Opale rosa o l'Opale verde agiscono positivamente sul chakra del Cuore, ovvero il 4° chakra, (Anahata) migliorando le emozioni quali, l'amore e la compassione. Invece, l'Opale bianco stimola il 7° chakra, quello della Corona ( (Sahasrara) favorendo la spiritualità e la connessione con la quinta essenza e le divinità. Inoltre, l'Opale rosso (Opale di fuoco) agisce sul 2° chakra, quello Sacrale (Svhadhistana) risvegliando la passione, l'attrazione sessuale.

Infine, l'Opale è considerato la pietra portafortuna del mese di Ottobre ed è a tutt'oggi utilizzato per la realizzazione di talismani contro le negatività.

Ma l'Opale è utilizzato, oltre che per scopi spirituali e “interiori” anche per quelli, diciamo, più tecnici e pratici. Infatti, l'Opale costituito dalle Diatomee (Alghe a guscio siliceo) denominato anche come “Tripoli”, viene usato in polvere, come abrasivo sui metalli (rimuove le sottili patine di ruggine) e nel delicato processo di lucidatura delle altre pietre preziose.

Il “Tripoli” è utilizzato anche per la cura della pelle, in primo luogo, nei saponi esfolianti e rigeneranti del cuoio capelluto ma, anche negli impianti di “filtrazione,” quando si tratta di filtrare microrganismi quali, batteri e microalghe tossiche.

Ma l'Opale si trova anche in farmacia, come medicamenti coagulanti del sangue e come prodotti assorbenti in sanitaria.

Infine, viene anche utilizzato come componente di alcuni prodotti fertilizzanti.


COMPOSIZIONE CHIMICA E PROPRIETA' FISICHE DELL'OPALE

Dopo aver parlato dell'Opale in maniera, per così dire, macroscopica, adesso, andiamo a vedere cosa è microscopicamente e strutturalmente l'Opale.

L'Opale è Silice idrata (SiO2.nH2O) allo stato amorfo (dunque detto anche “Amorphopale” o Opale – A). In realtà, non esiste soltanto Opale amorfo (ovvero a “struttura disordinata”, non cristallina) ma anche, Opale microcristallino (detto anche Opale – CT “Cristobalite e Tridimite”) avente un certo grado di ordine, nella struttura molecolare, delle particelle di Silice. Questo Opale è di solito di origine “vulcanica” (quindi di “alta energia”) mentre, il primo (quello amorfo), è di origine “sedimentaria” (dunque di “bassa energia”).

L'Opale amorfo, dal punto di vista microstrutturale, è costituito da sfere di Silice (non tutte delle stesse dimensioni) "disperse", immerse irregolarmente (dunque, in maniera disordinata nelle tre dimensioni) in una “matrice” di opalina (Silice colloidale). Gli opali preziosi, come ad esempio, quelli australiani hanno proprio questa costituzione amorfa appena descritta. Più precisamente, l'Opale prezioso, ovvero quello che mostra i colori cangianti (“gioco di colore” detto anche “Fuoco”), è caratterizzato dall'avere, all'interno di una certa massa amorfa disordinata, determinate “zone,” sia pur circoscritte, in cui le sfere di Silice sono tutte di egual diametro (da 150 a 300 nanometri) e disposte in maniera spazialmente ordinata a costituire un reticolo cristallino tridimensionale di tipo “Cubico a Facce Centrate” (CFF) o Esagonale Compatto (HCP). Queste due disposizioni ordinate e cristalline sono quelle che permettono la formazione del famoso “gioco di colore” dovuto al fenomeno ottico della Diffrazione in tali strutture stesse.

Il pregio di un Opale dipende sia dal “gioco di colore” che dal “colore del corpo” (detto anche colore di base o tono dello sfondo). Quanto più scuro è il “colore del corpo” tanto più viene messo in risalto il “gioco di colore”.

Detto ciò, andiamo a vedere, sinteticamente, quali sono le principali Proprietà fisiche dell'Opale, abbiamo:


Durezza

5.5 – 6.5 (scala empirica di Mohs). Appena più in basso del Quarzo 7.0 Spesso diminuisce con l'aumentare della% di H2O nel reticolo.

Peso specifico Ps

1.98 – 2.25 g/cm3.

Indici di rifrazione

1.37 – 1.47 = Birifrangenza 0.10 che determina l'Iridescenza delle tipiche “chiazzette”.

Trasparenza

Da Trasparente a Traslucido a Opaco e in funzione del contenuto di H2O.

Lucentezza

Da Vitrea a Cerosa (Cerosa per presenza di vacuoli riempiti da gas o altro).

Frattura

Concoide ovvero a “Cucchiaio” in quanto solido “isotropo”.

Contenuto H2O

Da 3% a 21% del Peso totale.

Prova allo Strick

Striscia bianca.

Tra le altre Proprietà dell'Opale abbiamo, l'Elevata Conducibilità Termica. Infatti, diventa immediatamente, “calda al tatto” e per questo è facilmente riconoscibile dai “falsi” in vetro. Inoltre, è sensibile agli sbalzi repentini di temperatura (dovuti, ad esempio all'esposizione al Sole) che possono creare espansione o contrazione differenziale tra l'acqua interna al reticolo e le sfere di Silice, causando brutte screpolature.

Altra Proprietà dell'Opale, è l'Elevata Sensibilità al pH. Infatti, il contatto prolungato (immersione) in soluzioni marcatamente alcaline, può causare la dissoluzione della struttura in Silice in breve tempo. Per questo motivo, è sconsigliata la “pulitura” dell'Opale con detergenti aggressivi. E' meglio usare acqua calda e sapone neutro.

Infine, sottoposto alla Radiazione Ultravioletta UV può dare Fluorescenza o Fosforescenza.




martedì 13 gennaio 2026

Le bellissime 7 - L' Arcipelago vulcanico delle Isole Eolie

 

Panoramica tramonto Stromboli

Parole chiave: Arcipelago, isole, specie endemiche, fauna, flora, paesaggio, UNESCO, Eolo, Provincia Magmatica, Arco Vulcanico, Seamounts, magmatismo, subduzione, Bacino di Retroarco, stratovulcano, serie magmatica, faglia, Stromboli, frana, Sciara del Fuoco, tsunami.


L'Arcipelago delle Isole Eolie (detto anche più semplicemente “Isole Eolie”) è un arcipelago siciliano che conta un numero di abitanti pari a circa 15.000 unità ed è facente rientra Territorio della Provincia di Messina. Esso è costituito da un “gruppetto” di sette isole di origine vulcanica situato nel Mar Tirreno meridionale ad una distanza minima di circa 22 Km dalle coste siciliane (la distanza è riferita all'Isola di Vulcano, la più vicina). L'arcipelago fa parte di una più ampia “struttura” detta “Arco Vulcanico” (in questo caso “Arco vulcanico delle Isole Eolie”) composto dalle sette isole maggiori (ovvero i sette vulcani affioranti in superficie) più cinque isolotti ubicati nei pressi di Panarea e sei “promontori” vulcanici sottomarini (Seamounts) dei quali, successivamente, faremo menzione. Tutti coloro che hanno avuto l'occasione di visitarle (almeno una volta) non hanno potuto fare a meno di notare quanto le isole dell'arcipelago siano estremamente differenti l'una dall'altra sia in termini di fauna e flora (spesso con presenza di specie endemiche) che in termini di paesaggio.

Per questo motivo (la grande biodiversità) e per l'eccezionale valore naturalistico, vulcanologico e, anche archeologico, dal Dicembre dell'anno 2000 l'arcipelago tutto è entrato a far parte del Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

Ogni anno, le Isole Eolie sono visitate da un gran numero di turisti che, secondo alcune stime, arriva a circa 500-600.000 unità.

Per quel che riguarda la Flora essa è costituita in prevalenza da specie tipiche della “macchia mediterranea” come Bouganville, Fichi d'India, Palmette nane, la comune Ginestra, gli arbusti aromatici (Rosmarino, Timo, Lentisco e il famoso Cappero di “Salina”) ma non mancano le specie endemiche delle Eolie quali, prima fra tutte, la Ginestra “Sp. Genista tyrrehena”, ed altre. 

Non mancano nemmeno gli alberi da frutto, soprattutto, il Fico, il Mandorlo, il Carrubbo, e così via.

Invece, la Fauna è caratterizzata da numerose specie di insetti endemiche quali, coleotteri, ragni e prima fra tutti la cosiddetta “Farfalla Sfinge” ovvero una farfalla, abbastanza comune e facile da incontrare, che presenta ali di color marroncino e che può raggiungere i 10 cm di apertura alare.

Altra specie endemica delle Isole Eolie è la Sp. Podarcis raffonei ovvero Lucertola delle Eolie”, ormai ridotta quasi all'estinzione, che presenta una colorazione più scura e decisa rispetto alla lucertola comune e, avente come particolarità, delle macchiette sotto la gola.

Nelle isole dell'arcipelago sono presenti anche interessantissimi casi afferenti al fenomeno del “Gigantismo insulare” (se ne parlerà meglio, forse, in occasione di altri Post) mostrato nel Ghiro e nel Ratto.

Infine, è presente una larga schiera di specie volatili, diventate qui stanziali, come il Gabbiano Reale, il Passero Maltese, il Corvo Imperiale, la Poiana, il Falco Mediterraneo, il Falcone della Regina, ecc.

Per quel che concerne le attrazioni di tipo paesaggistico queste sono strettamente connesse con la natura e le vicissitudini di carattere geologico che hanno coinvolto le isole sin dalla loro nascita e formazione. Tra esse vale la pena ricordare le “piscine geotermiche” di Vulcano con acqua ricca di sali minerali che sgorga in superficie ad una temperatura di circa 50 C°. Sempre nell'Isola di Vulcano vale la pena cimentarsi nell'ascesa al “cratere” alla fine della quale è possibile osservare l'interno del cratere caratterizzato da attività sulfurea e costellato da concrezioni e patine giallo zolfo (esperienza tanto faticosa quanto bella, da non perdere!!!). Ancora a Vulcano è bene ricordare il gettonatissimo e affollato “Laghetto dei fanghi termali” costituito da una piscina naturale in cui le acque di falda sgorgano ricche di vapori di zolfo (dal tipico odore di “uova marce”) ma i cui fanghi sono considerati decisamente curativi.

A poca distanza si ha la suggestiva spiaggia chiamata “Sabbie nere” in quanto costituita da materiale lavico scoriaceo finemente frantumato dalle onde del mare che si infrangono sulla battigia.


Cratere zolfo Isola Vulcano

Altre bellezze paesaggistiche da non perdere, in un ipotetico viaggio alle Isole Eolie, sono Stromboli e Strombolicchio, entrambe raggiungibili via mare, e in cui, nel primo, si distingue la “Sciara del fuoco”, ovvero, uno dei versanti del cono vulcanico (chiamato in dialetto Iddu o Iddru ovvero “Lui”) in cui si riversano i lapilli incandescenti e le pomici della attuale fase magmatica esplosiva. Nel secondo, invece, (Strombolicchio), poco più di uno scoglio, si possono ammirare le meravigliose pareti a strapiombo costituenti i versanti del cono vulcanico che lo costituisce. In cima, svetta il faro. Consiglio, per esperienza personale, di “visitare” lo Stromboli in "azione", restando poco a largo, su una barca e di notte, lo spettacolo del bagliore rosso fuoco che si “innalza” dal cono vulcanico in eruzione è unico e meraviglioso.

Da non dimenticare, inoltre, sono i meravigliosi quanto unici fondali delle Eolie, dai colori passanti dal bianco (quando il fondo è costituito da pomici) al nero (nel caso in cui il fondo è costituito da lave, lapilli e scorie vulcaniche). Inoltre, il fondo è spesso interrotto da vertiginose quanto spettacolari pareti costituite dal fronte delle colate laviche oppure da porzioni di coni vulcanici e orli di cratere “relitti”.

Infine, è presente un parco archeologico, ovvero, “Il Parco Archeologico delle Isole Eoliche” (con l'istituzione, nel 1954, di un apposito museo sito a Lipari) che comprende le Isole di Lipari, Panarea, Filicudi e Salina nel quale, sono visibili e visitabili suggestivi villaggi preistorici di età neolitica (5.000 a.c.), necropoli greche e romane e anche terme di epoca romana.

Inoltre, tra il mito, la leggenda e la storia, molti sono gli affascinanti riferimenti alle Isole Eolie nella mitologia, soprattutto in quella greca dove il dio Eolo era considerato il Signore dei venti a cui Zeus diede il compito di controllare i venti facendoli spirare da una parte all'altra, a suo piacimento, per poi finire col custodirli dentro le caverne o dentro un otre nell'Isola di Lipari e poi Efesto il dio del fuoco che dentro le sue fucine all'interno dell'Isola di Vulcano, forgiava le celebri folgori di Zeus.


Panoramica Fichi d'India


INQUADEAMENTO TERRITORIALE DELL'ARCIPELAGO DELLE EOLIE

L'Arcipelago delle Isole Eolie è ubicato nel Mar Tirreno meridionale, a largo della costa settentrionale della Sicilia ed è costituito, principalmente, da sette isole maggiori (Lipari, Vulcano, Panarea, Salina, Alicudi, Filicudi e Stromboli) più cinque isolotti (talora poco più che scogli) posizionati nei pressi dell'Isola di Panarea (Lisca Bianca, Lisca Nera, Basiluzzo, Dattilo e Bottaro).

Sia le isole che gli isolotti sono di origine vulcanica.

La superficie totale dell'intero arcipelago è di quasi 115 Km2 con uno sviluppo costiero totale di 64 Km.


Ubicazione Eolie
Fig.1; "Ubicazione Arcipelago Eolie".

Tra le isole maggiori la più piccola in estensione è la tanto blasonata Isola di Panarea (circa 3,2 Km2) invece, la più grande (nonché la più popolata) è l'Isola di Lipari (37,6 Km2 circa con quasi 11.000 abitanti su un totale di 15.000 di tutto l'intero arcipelago). L'insieme delle isole formano una sorta di Y coricata con la punta rivolta verso Ovest.

La più meridionale delle isole e dunque, la più vicina alla costa settentrionale della Sicilia è l'Isola di Vulcano che dista poco più di 22 Km dal promontorio di Milazzo.

La vetta più alta dell'intero arcipelago è costituita dal panoramico Monte “Fossa delle Felci” nell'Isola di Salina, che raggiunge i 968 m s.l.m.


GEOLOGIA E VULCANISMO DELL'ARCO DELLE ISOLE EOLIE

La Provincia Magmatica delle Eolie è costituita da un arco vulcanico formato da sette isole vulcaniche e sei vulcani sottomarini ovvero “Seamounts”.

Tale Provincia Magmatica è caratterizzata dal presentare un'ampia tipologia di fenomeni vulcanici dipendenti in massima parte da un magmatismo composizionalmente variabile (anche se, a prevalere sono i magmi alcalini ovvero ricchi in Sodio Na, Calcio Ca e Potassio K, tipici delle zone di subduzione e di conseguente arco vulcanico) risultante dall'interazione tra diversi processi di natura geodinamica come collisione, estensione e subduzione e che hanno interessato il Mediterraneo a partire dagli ultimi 1.0 - 1.3 milioni di anni fa circa.

I vulcani appartenenti a tale Provincia sono localizzati, dal punto di vista tettonico – geodinamico, tra il Bacino di Retroarco del Tirreno meridionale (ovvero Bacino oceanico del Marsili) e l'Arco Calabro – Peloritano, costituito da un lembo di crosta continentale ercinica sottomarina che ha subito, sostanzialmente, una prima fase si estensione a cui ha fatto seguito una di sollevamento (Quaternario superiore). Un Bacino di Retroarco è un bacino sottomarino che si trova a tergo di un arco vulcanico e si forma per “distensione” della crosta continentale (si veda Fig.2; “Sezione schematico – illustrativa inerente al fenomeno di subduzione”).


Illustrazione subduzione
Fig.2; "Sezione schematico - illustrativa inerente al fenomeno di subduzione".

La messa in posto dei vulcani delle Eolie è avvenuta partire dal Pliocene, sull'estensione, verso il settore Sud-Est del Tirreno meridionale, del lembo di crosta continentale ercinica sommersa appartenente a tale Arco Calabro - Peloritano e avente uno spessore compreso tra i 15 e i 25 Km e una età variabile da 1.3 milioni di anni (come detto in precedenza) all'Attuale. Invece, le porzioni subaeree dei vulcani risalgono tutte al Quaternario superiore con messa in posto a partire da 400.000 anni fa ad oggi.

La genesi di tale vulcanismo con formazione dell'Arco Vulcanico delle Isole Eolie, a detta di molti autori, è da far ricondurre al fenomeno della subduzione del Dominio Ionico al di sotto dell'Arco Calabro - Peloritano e sua estensione nel settore Sud-Est del Tirreno meridionale. Attualmente, però, dalle analisi della composizione dei magmi mafici (un magma mafico è un magma ricco in magnesio Mg e ferro Fe ma soprattutto povero in silice, dunque "fluido") eruttati dai vulcani eolici nell'Olocene si suppone che qualcosa stia cambiando, ovvero, che il fenomeno di subduzione stia lentamente lasciando il posto a quello estensivo di rifting continentale (si veda Fig.2;”Sezione schematico – illustrativa inerente al fenomeno di subduzione”).

Il fenomeno di subduzione è quel fenomeno per il quale, contestualmente ad un regime geodinamico compressivo, una placca si “immerge” sotto un'altra adiacente e più leggera (ovvero a densità minore) secondo un piano inclinato “Piano di Benioff” e in direzione del mantello, dove viene gradualmente “consumata” ovvero fusa. Il materiale fuso in risalita, arrivando in superficie, costituisce un vulcano o meglio un arco vulcanico.

Invece, il fenomeno di rifting continentale è causato dall'arretramento della fossa oceanica che avviene col progredire della subduzione il quale, provoca un regime estensionale (ovvero distensivo) con conseguente nascita di un Bacino di Retroarco e di una “spaccatura” nella crosta continentale detta, appunto, rift.

Dunque, il fenomeno di subduzione ha dato vita a tutta una serie di attività vulcaniche sia sottomarine che subaeree che hanno portato alla formazione, come detto in precedenza, di sette grandi stratovulcani affioranti, costituenti le sette isole maggiori dell'arco vulcanico (con altezze anche di 1.500 – 2.000 m dal fondale) quali, Alicudi, Filicudi, Salina, Lipari, Vulcano, Panarea, Stromboli) nonché di “promontori” vulcanici sottomarini chiamati in geologia “Seamounts”. Essi sono, procedendo da Ovest verso Est: Sisifo, Enarete, Eolo, Lamentini (in realtà sono due coni vulcanici distinti ma aventi la stessa camera magmatica), Alcione e Palinuro, (si veda Fig.3; ”Costituzione dell'Arco Vulcanico delle Isole Eolie”.


Arco Isole Eoliche
Fig.3; "Costituzione dell'Arco Vulcanico delle Isole Eolie".

Sempre nella Fig.3; “Costituzione dell'Arco Vulcanico delle Isole Eolie”, sono riportate (con apposite sigle), le differenti serie magmatiche che hanno costituito i vulcani eolici. 

Una serie magmatica è un insieme di rocce ignee aventi un'origine comune.

Nelle Eolie, come si evince dalla stessa figura di cui sopra, si ha una un magmatismo molto variabile e in funzione del diverso grado del fenomeno di subduzione in cui si è formato il magma. In breve, abbiamo che Sisifo, Alicudi, Filicudi, Salina e Lamentini sono costituiti da magmi “intermedi” (calco-alcalini, sigla CA ) compresi tra lo stadio evolutivo (del fenomeno di subduzione e della struttura ad arco) “giovane” e quello “vecchio”, ovvero più che maturo. Invece, Enarete, Eolo, VulcanoStromboli sono contraddistinti da un magmatismo decisamente “vecchio” (talora shoshonitico, sigla SHO).

Sulla base delle differenze e affinità (di tipo geofisico, sismologico e geochimico nonché tettonico) di questi centri eruttivi (di cui sopra) costituenti l'arco vulcanico si distinguono, a partire da Est verso Ovest, tre settori principali:

Il settore orientale (che include le isole di Stromboli e Panarea) in cui l'attività vulcanica si sviluppa prevalentemente lungo sistemi di faglie con orientamento NE – SO. Tale settore è caratterizzato da un magmatismo variabile da mafico a silicico ma, in ogni caso, profondo, avente affinità variabile da calco-alcalina alla shoshonitica e potassico-alcalina. Le eruzioni sono generalmente di bassa intensità e magnitudo ed età di inizio attività inferiore a 0.2 milioni di anni.

Il settore centrale comprende le Isole di Lipari, Vulcano e la porzione più recente di quella di Salina, in cui il vulcanismo si sviluppa lungo la faglia trascorrente destra conosciuta come “Tindari – Letojanni – Malta”, (si veda Fi.3;” Costituzione dell'Arco Vulcanico delle Isole Eolie”). L'attività vulcanica in questa porzione centrale dell'arco vulcanico ha un'età inferiore a 0.2 milioni di anni e si distingue dall'avere il più ampio spettro di composizione magmatica dell'intero arco vulcanico, spaziando da quella basaltica a quella riolitica (ovvero con un tenore in silice dal 70% a salire) e con affinità calco-alcalina, shoshonitica e potassico-Alcalina). In questo settore le eruzioni raggiungono la massima intensità e magnitudo con alternanze di colate laviche e piroclastiche a formare grandi stratovulcani e ampie caldere.

Uno stratovulcano è un vulcano il cui “edificio” è costituito da un'alternanza, non sempre regolare, di spessori lavici consolidati e, inerenti a fenomeni effusivi lavici appunto e, spessori di materiale piroclastico cementato e prodotto durante gli eventi esplosivi.

Il settore occidentale comprende l'Isola di Alicudi, quella di Filicudi, la porzione più antica dell'Isola di Salina e alcuni piccoli vulcani sottomarini (Seamounts). Il vulcanismo, in questo settore, si è sviluppato in corrispondenza di un sistema di faglie con andamento Ovest – Est e tra i 0.4 milioni di anni fa e i 13 mila anni fa. In questo settore prevalgono i magmi mafici o intermedi di origine subduttiva (fenomeno di subduzione).

E' interessante notare come, procedendo da Est verso Ovest quella crosta continentale ercinica e sottomarina sulla quale si sono messi in posto i vulcani dell'Arco Vulcanico delle Isole Eolie, subisce un inspessimento, passando da circa 17 Km sotto il vulcano Stromboli a circa 25 Km sotto i vulcani del settore occidentale.

Inoltre, come già detto sopra, si nota che, la maggior parte dei vulcani costituenti l'arco eolico ha dato luogo ad un alternarsi di fenomeni effusivi del tipo colata lavica (con formazione di un relativo domo) e eruzioni esplosive piuttosto violente (ad alta energia).

Un domo vulcanico è una struttura a “cupola” che si forma all'interno di un cratere preesistente e derivante dal verificarsi di almeno un episodio di effusione lavica avente un'alta viscosità.

E ancora, si è notato che, negli ultimi 25.000 anni, si è avuta un'intensificazione del vulcanismo nel settore centrale (ad esempio l'Isola di Vulcano) forse in associazione con l'aumento dell'attività della faglia “Tindari – Letojanni – Malta” invece, si è avuta una cessazione totale dell'attività vulcanica nel settore occidentale (Isole di Alicudi, Filicudi, ecc.). Infine, nel settore orientale il vulcanismo si è presentato praticamente costante nel tempo (vedi Isola di Stromboli). Dunque in definitiva, nell'arco delle Eolie, attualmente, mostrano un vulcanismo attivo l'Isola di Vulcano, quella dello Stromboli e l'area sottomarina di Panarea.

Qui di seguito ci soffermiamo brevemente sullo Stromboli in quanto questo vulcano, come vedremo, presenta alcuni aspetti peculiari.

L'Isola di Stromboli raggiunge un'altezza di 924 m s.l.m. e non è altro he la porzione emersa di uno stratovulcano che raggiunge profondità di circa 2000 m sotto il livello del mare.


Stromboli
Fig.4; "Stromboli".

Durante gli ultimi 13.000 anni l'edificio vulcanico è stato interessato da crolli di parte dei suoi versanti tra cui quello della “Sciara del Fuoco” che presenta una forma singolare a “ferro di cavallo” nella quale possiamo distinguere una depressione delimitata da ripide pareti rocciose. Le rocce affioranti più antiche (circa 200.000 anni fa) dello Stromboli sono costituite dalle lave brecciate dell'isolotto dello Strombolicchio che rappresenta il collo (neck) di un più completo cono vulcanico, ormai, quasi del tutto smantellato. L'Isola dello Stromboli propriamente detta, si è formata negli ultimi 100.000 anni con l'alternanza di episodi effusivi lavici e da episodi esplosivi raggruppabili in sei fasi eruttive principali tra le quali si sono “intercalate” fasi di quiescenza durante le quali si ebbero, in prevalenza, crolli di porzioni di caldera. L'ultima delle sei fasi eruttive principali si riferisce al periodo di tempo che va dagli ultimi 5.000 anni ad oggi. In questo lasso di tempo si sono alternate eruzioni effusive con formazione di flussi di lava e eruzioni di tipo esplosivo che hanno prodotto principalmente scorie. Tra un episodio effusivo e esplosivo si sono avuti, ripetutamente, crolli del settore di versante nella quale è ubicata la famosa “Sciara del Fuoco”.


Sciara del Fuoco - Stromboli
Fig.5; "Sciara del Fuoco".

La particolarità dello Stromboli è quella di avere un'attività vulcanica “persistente” ovvero lo Stromboli è uno dei pochi vulcani al mondo che mostrano un'attività praticamente continua (ormai da decenni e decenni). Questa attività è caratterizzata da episodi esplosivi di modesta entità intervallati da episodi effusivi che si ripetono costantemente, ogni 15 anni circa.

L'attività dello Stromboli, in definitiva, è costituita da un'esplosione continua (con al massimo qualche ora tra un evento e l'altro) di modesta entità e con lancio di materiale piroclastico ad altezze modeste. Talora, questa attività può essere accompagnata da episodi effusivi costituiti da piccole colate laviche. Il termine di “attività stromboliana” è un termine di largo uso in vulcanologia ed è applicato in tutto il mondo, allorquando ovviamente, si verifichino le modalità sopra descritte.

Attualmente, il Rischio vulcanico dello Stromboli è molto basso in quanto, i flussi di lava rimangono racchiusi all'interno della depressione che costituisce la “Sciara del Fuoco”. Ma a far paura, di recente (eruzione del 2002 - 2003), non è stata l'attività eruttiva ma, bensì il verificarsi di una frana, nella stessa “Sciara del Fuoco (30 Dicembre 2003, ovvero, due giorni dopo l'apertura di una nuova bocca eruttiva) che riversò in mare ingenti quantitativi di materiale proclastico (circa 16 milioni di m3) innescando così, uno tsunami che investì non solo le coste dell'isola ma, anche quelle di altre isole delle Eolie raggiungendo, in poco tempo, la terraferma sicula e calabrese. Per questo motivo, lo Stromboli è, attualmente monitorato e studiato di continuo dall'INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia).







sabato 3 gennaio 2026

L'Isola degli Dei e il suo scomodo inquilino - La bellissima Bali e il Vulcano Agung

 

Orlo di cratere Agung


L'isola di Bali (conosciuta anche con il nome di “Isola degli Dei”) ha come coordinate 8°39' S e 115°13' E e ha una estenzione di circa 5.000 Km2. Fa parte delle Piccole isole della Sonda ed è posizionata tra le isole di Giava (ad Ovest) e di Lombok (ad Est) e bagnata a Sud dall'Oceano Indiano e a Nord dal Mar di Bali.

Già nei primi anni 60 (del secolo scorso) Bali era considerata tra le più gettonate mete turistiche del Sud-Est asiatico, anche grazie all'enorme biodiversità della sua fauna e della sua flora selvatica. A tal proposito, risulta interessante sapere che, in corrispondenza del “braccio di mare” che separa l'Isola di Bali con quella di Lombok, passa la famosa “Linea di Wallace”, ovvero, quel confine immaginario che separa, dal punto di vista naturalistico e biologico, l'Asia dall'Oceania (dal punto di vista biologico, due “mondi diversi” in termini di fauna e flora). Ma Bali è famosa anche e soprattutto grazie alle sue spiagge, ai suoi templi, alle sue risaie (disposte tipicamente "terrazzate") una delle quali, quella di Jatiluwih, talmente bella da diventare, recentemente, patrimonio dell'UNESCO o ancora alle sue foreste pluviali dell'Ovest dell'isola e alle sue montagne ubicate, soprattutto, nel settore Nord e in quello Est di Bali tra le quali spicca, con i suoi 3.142 m di altezza, il Monte Agung che ha anche una connotazione religiosa per il popolo balinese il quale, lo considera un po' “Il protettore” dell'isola ma, è proprio il Monte Agung che diede vita tra il 1963 3 il 1964 ad una tra le più pericolose minacce per l'isola paradisiaca. Infatti, il Monte Agung non è altro che un enorme vulcano appartenente alla micidiale categoria dei “vulcani strato” chiamati anche “stratovulcani” che, a partire dal Febbraio del 1963 fino al Gennaio del 1964 ha dato mostra di se, ricordando a tutti che Bali fa parte della cosiddetta “Cintura di fuoco”, alternando eruzioni di tipo lavico e esplosioni che nel complesso costituiscono di fatto, il più grande evento eruttivo dell'Indonesia del XX° secolo, terrorizzando (ma anche facendo vittime, circa 1.100) la popolazione locale e gli ignari turisti. Più di recente (nel 2017 e nel 2022) l'Augung ha dato segni chiarissimi del suo stato di vulcano attivo e, attualmente, viene costantemente monitorato.

Risaia UNESCO


                            Parole chiave: Isola, Arco Vulcanico, stratovulcano, Vesuvio, subduzione, Cintura di fuoco, eruzione, esplosione, materiale piroclastico, aerosol, lahar, Sarno, Rischio Idrogeologico.

CONTESTO TERRITORIALE

L'Isola di Bali si estende per circa 5.000 Km2 (quasi il doppio dell'estensione del Lussemburgo e la metà di quella dell'Isola di Cipro) tra le Isole di Giava (ad Ovest) e di Lombok (ad Est) e fa parte dell' ”Arco Vulcanico delle Piccole Isole della Sonda”. Essa è bagnata a Sud dall'Oceano Indiano e a Nord dal Mar di Bali.

Per quanto riguarda le attrazioni paesaggistiche più strettamente connesse con la morfologia del territorio l'isola risulta essere costituita dall'avvicendarsi di bellissime spiagge (come quelle di Sanur e Jimbaran), di cascate (prima fra tutte quelle di Munduk), di laghi ( come quelli denominati come “Laghi gemelli” Buyan e Tamblingan), di alture (quelle di Munduk) e di montagne di origine vulcanica, come il panoramico M.te Batukaru, quello di Bakur (famoso per la sua “alba”) e infine, il più alto e maestoso nonché sacro Monte Agung, un cono vulcanico ubicato nel settore orientale dell'isola (coord. Lat 8° 20' 43'' e Long 115° 30' 15'') e che si staglia, con i suoi 3.142 m di altezza nei cieli dell'isola (quasi alto quanto l'Etna, per intenderci, la cui quota sul livello del mare è di 3.403 m),(si veda Fig.1 "Ubicazione Isola di Bali e M.te Agung"-Fig.2;"Panoramica M.te Agung").

Isola Bali e posizione Agung
Fig,1; "Ubicazione Isola di Bali e M.te Agung". (da Google maps modificato).


Panoramica M.te Agung
Fig.2; "Panoramica M.te Agung".


CRONOSTORIA E MAGMATISMO DELL'AGUNG

Geologicamente, l'Augung è uno stratoulcano ubicato sul margine sud-orientale della caldera del vicino M.te Bakur (Wheller e Varne 1986) e anch'esso un vulcano che col suo cratere centrale “Gunung Bakur” eruttò nel 1926 e anche nel 1963 in corrispondenza con la “fase calante” dell'eruzione del Agung (conosciuto, con riferimento al suo cratere centrale, come Gunung Agung)..

Ma prima di addentrarci nella cronostoria dell'evento eruttivo del 1963 - 1964 vediamo meglio cosa si intende per vulcano strato o stratovulcano. Uno stratovulcano è un vulcano avente forma da conica a troncoconica con pareti piuttosto ripide (fino ad una angolazione delle stesse di 45°) ed è costituito da un'alternanza, non sempre regolare, di strati di lava solidificata e strati di materiale piroclastico (cenere, lapilli, pomici e brandelli di lava). Gli strati di lava sono il frutto di normali colate effusive mentre, quelli costituiti da materiale piroclastico, corrispondono ed episodi esplosivi. Generalmente, gli stratovulcani hanno un magma molto ricco in SiO2 e dunque, le lave da essi “prodotte” sono molto viscose e per questo non percorrono mai grandi distanze prima di raffreddarsi. La stessa elevata pendenza dei versanti del cono vulcanico è una diretta conseguenza dell'elevata viscosità del magma. In Italia, il più famoso degli stratovulcani è il Vesuvio.

Il vulcano Agung, così come tutti gli altri dell'Isola di Bali e, con essi quelli di tutto l'Arco Vulcanico delle Isole della Sonda (sia Grandi che Piccole) hanno origine dalla subduzione della Placca Australiana al di sotto di quella Euroasiatica.

Per subduzione intendiamo quel fenomeno per il quale, una placca si “inabissa” sotto un'altra adiacente, in direzione del mantello e secondo un piano inclinato chiamato “Piano di Benioff” (si veda Fig.3;"Sezione schematica-illustrativa del fenomeno subduzione"). Man mano che questa porzione di placca subdotta si approfondisce nel mantello viene (come si dice in gergo) “consumata”, ovvero, fonde. La risalita in superficie di questo materiale fuso genera un vulcano (come l'Agung) o meglio, un Arco Vulcanico (come l'Arco della Sonda).

Illustrazione Subduzione
Fig.3; "Sezione schematico - illustrativa del fenomeno subduzione".


L'eruzione del 1963-1964 dell'Agung è stata, da molti, considerata tra gli eventi vulanici più importanti del XX secolo, in particolare per i suoi possibili effetti sul clima globale (Self et al. 1981; Rampino e Self 1982, 1984). E' stata l'eruzione, in epoca storica, più devastante e di maggiore magnitudo di un vulcano indonesiano dall'eruzione del Krakatoa del 1883 (infatti, in precedenza, in epoca “non storica”, 74.000 anni fa, si ebbe la superesplosione del M.te Toba nell'Isola di Sumatra, la più grande esplosione di tutti i tempi avvenuta in Indonesia e tra le più grandi mai avvenute al mondo).

L'Augung, con i suoi flussi piroclastici, i suoi lahar (un lahar è sostanzialmente una “colata di fango piroclastico” molto fluida, veloce e pericolosa) e in misura minore i suoi terremoti causò la morte di oltre 1.100 persone.

Precedentemente all'eruzione del 1963, l'Augung rimase in quiescenza per 120 anni. Dell'eruzione del 1843 non si sa molto ma, dal 1908 al 1917 fu notato un aumento dell'attivita solfatarica in corrispondenza del cratere centrale (Zen e Hadikusumo, 1964).

Il 18 Febbraio 1963, dopo 2 giorni si scosse sismihe più o meno significative, iniziò dalla bocca sommitale del vulcano, un'attività esplosiva di entità modesta che proseguì con intensità sempre più crescente fino a metà marzo. Essa si estrinsecò, in massima parte, con l'espulsione esplosiva di materiale piroclastico incandescente costituita in massima parte da ceneri e con la formazione di una colonna eruttiva che raggiunge un'altezza di 6 Km al di sopra del cratere centrale. Il 19 Febbraio e per 26 giorni consecutivi, contemporaneamente alla ricaduta in superficie, del materiale più fino della colonna eruttiva (ceneri e lapilli) si ebbe l'inizio della fase effusiva con il riversarsi, dalla parte settentrionale del cratere, di lave a composizione andesitica (tenore in SiO2 tra il 53 e il 63 %) a blocchi e viscosa. La colata lavica raggiunse una lunghezza di 7.5 Km (Kusumaditana, 1964a). Questa fase fu interrotta il 17 marzo dal primo dei due eventi esplosivi parossistici dell'Agung. In realtà, questo primo evento esplosivo fu piuttosto “moderato” con una durata di 7 ore e un periodo attività massima di sole 3.5 ore (dalle 05.30 alle 09.00 ora locale), (Surjo, 1981). Nonostante ciò, questa prima fase esplosiva produsse una colonna eruttiva con altezze comprese tra i 19 e 26 Km sul livello del mare e una deposizione per ricaduta al suolo di scorie, lapilli e ceneri per un volume totale di 0.2 Km3. La ricaduta per dispersione del materiale più fino (cenere) fu segnalata fino a Giacarta (Giava occidentale) dunque, ad una distanza di circa 1.000 Km dal vulcano. Ma il mese di marzo a Bali cade entro la “stagione delle piogge” e i depositi piroclastici contenenti abbondanti ceneri (tephra) cominciarono ad essere erosi dalle abbondanti piogge torrenziali del periodo generando, rapidamente, lahar che raggiunsero le pianure e perfino le coste causando numerose vittime e la distruzioni di numerosi villaggi. Intanto, le esplosioni in corrispondenza della bocca sommitale del cratere centrale continuarono.

Il 16 maggio, si verificò la seconda e più distruttiva delle due fasi esplosive dell'Agung. Essa generò subito, in 4 – 5 ore soltanto, colonne piroclastiche che si stima abbiano raggiunto, almeno, i 10 Km al disopra della sommità del vulcano che a causa del “collasso della colonna” con conseguente caduta del materiale piroclastico in carico, “sommerse” parecchi villaggi con danni ingenti e vittime di numero non ben precisato. Il parossismo del 16 maggio 1963 si ebbe durante la “stagione secca” ma, quando iniziò, nel novembre successivo, la “stagione delle piogge” i depositi piroclastici di lahar si rimobilizzarono a causa delle intense piogge, soffocando valli, canyon e pianure, provocando così, numerose vittime e la “livellazione del paesaggio” andando a costituire una unica superficie piana (pianura) in cui le valli non erano più visibili e distinguibili le une dalle altre.

Per i motivi di cui sopra, la seconda fase esplosiva è da considerarsi notevolmente più devastante e distruttiva della prima.

Sebbene, i resoconti dei testimoni oculari indichino altezze massime delle colonne eruttive, relative alle due fasi principali di esplosione dell'Agung, di circa 13 Km sopra il livello del mare (Zen e Hadikusumo, 1964), un apposito aereo usato per il campionamento atmosferico sui cieli dell'Australia, ha rilevato la presenza (a partire dall'aprile 1963 per circa un anno) di aerosol di acido solforico H2SO4 e di ceneri ad una altezza di 20 Km sul livello del mare, suggerendo così che, in entrambi i fenomeni esplosivi parossistici, le relative colonne eruttive fossero ben più alte di quanto testimoniato in precedenza (Rampino e Self, 1982; Self e King, 1996).

Dopo gli eventi fin qui descritti, l'attività del “sistemaAgung andò via via spegnendosi (Gennaio 1964) fin quando, il 21 novembre 2017, dopo un periodo di intensa attività sismica (iniziata nel mese di agosto) e di deformazioni del suolo tanto grandi da essere misurabili, l'Agung tornò a far parlare di se con l'emissione di una piccola colonna di fumo e cenere di altezza non superiore ai 400 – 500 m rispetto alla quota della bocca del cratere centrale. Questa eruzione è da annoverare tra le cosiddette “esplosioni freato-magmatiche” causate dall'infiltrazione di quantitativi di acqua (provenienti da falde idriche o dal mare o ancora dal sistema idrotermale del vulcano, come avvenne per l'Agung) all'interno dell'edificio vulcanico e della camera magmatica stessa la quale, a contatto col magma avente elevatissime temperature, passa repentinamente e violentemente dalla fase liquida a quella gassosa (vapore acqueo) provocando uno straordinario aumento della pressione interna al vulcano e dunque, prima o poi, una esplosione vera e propria.

Il giorno successivo, ovvero il 22 novembre si ebbe, per lo stesso meccanismo sopra descritto, una ulteriore esplosione che produsse, stavolta, una colonna di fumo costituita da gas e cenere avente un'altezza di circa 1.600 m. Contemporaneamente, cominciarono ad essere visibili strani bagliori provenienti dalla bocca del cratere che furono, immediatamente e giustamente, identificati col la presenza di magma fin l'orlo del cratere, ormai colmo. Si suppose, a quel punto, che l'attività sismica che caratterizzò l'Agung a partire dall'agosto 2017 fino a settembre dello stesso hanno fu causata da “iniezioni” di nuovo magma (sottoforma di dicchi) localizzabili nel sottosuolo compreso tra la caldera del Bakur e l'Agung stesso. Questo nuovo magma portò ad un aumento delle temperature della camera magmatica e del condotto dell'Agung (nonché del magma già presente) in conseguenza del quale, si ebbe la trasformazione in gas (vapor acqueo) di notevoli masse di acqua appartenenti al sistema idrotermale del vulcano con conseguente esplosione.

A questo punto, scoppiò il panico. Le autorità si mossero evacuando circa 140.000 persone per un raggio di 10 Km del cratere dell'Agung. Venne chiuso, altresì, l'aeroporto di Bali e molti, compreso migliaia di turisti, di conseguenza, furono costretti a lasciare l'isola via mare. Il 28 novembre, tutto sembrò terminare, con la più pericolosa delle insidie del vulcano Agung, i lahar. A causa delle ingenti piogge le ceneri appena depositate (ma anche quelle dei depositi precedenti) si mobilizzarono creando colate di materiale piroclastico (lahar) a “fiumi” (veri e propri torrenti) che, arrivarono a lambire le coste intensamente abitate e meta di turisti provenienti da ogni dove.

Infine, a partire dal 3 aprile del 2022 l'Agung si è rifatto vivo con una sequenza di 3 eruzioni di modesta entità. La prima si è avuta il 3 aprile stesso con l'emissione di una colonna di gas e ceneri alta fino a 3.7 Km dal livello del mare. La seconda, il 27 maggio, ha prodotto una colonna di gas e cenere, stavolta più alta della precedente, ovvero, circa 5.5 Km sul livello del mare. La terza eruzione, ha mostrato (tramite immagini satellitari in condizioni di cielo sereno), invece, una colonna di altezza pari a 3.7 Km dal livello del mare, costituita in prevalenza da gas e senza presenza di cenere.


EFFETTI CLIMATICI          

L'eruzione dell'Agung (1963-1964) secondo stime accreditate, produsse un quantitativo tale di aerosol solfatico (ovvero. anidride solforosa SO2 e acido solforico H2SO4) più particelle fini e ultrafini di cenere da determinare la “schermatura” della radiazione solare (soprattutto radiazione a “onde corte”) in entrata nell'atmosfera terrestre, con un conseguente abbassamento (durato per circa un po' più di un anno dopo gli eventi eruttivi) delle temperature medie globali di 0.3 C°.


CONCLUSIONI

Il vulcano Agung occupa il quinto grado della scala del VEI (Volcanic Explosivity Index) ovvero Indice di Esplosività Vulcanica nella quale ricadono i vulcani che producono un volume di materiale piroclastico maggiore o uguale a 1 Km3 e con un “tempo di ritorno” di 50 anni. Pertanto, l'Agung è lontano da poter essere considerato un supervulcano (ottavo grado scala VEI) ma, per la piccola Isola di Bali, in fondo, lo è quasi stato o lo potrebbe essere in futuro, considerando la sua costituzione (stratovulcano) e la genesi (fenomeno di subduzione) che non si discosta molto da quelle che caratterizzano il grande supervulcano del Toba. Ad ogni modo, leggendo a proposito dell'eruzione dell'Agung, balza subito agli occhi che, a differenza di quanto accadde per l'esplosione del 1883 del Krakatoa (vista in un Post precedente) dove a seminare morte e devastazione furono le “nubi ardenti”, qui nell'Agung, a distruggere e a causare morte furono, soprattutto, le colate di fango piroclastico, dunque acqua più materiale piroclastico, ovvero i lahar che si generarono per rimobilizzazione del materiale piroclastico già deposto, in concomitanza delle forti piogge monsoniche. Dunque la “distruzione” non avvenne direttamente da un fenomeno di tipo “igneo” (come può essere una esplosione, una nube ardente, una colata lavica, ecc.) ma bensì , da un fenomeno più legato all'aspetto “sedimentario- deposizionale” conseguente agli eventi accaduti.

Diamo una definizione del fenomeno lahar:"In vulcanologia si intende per lahar, una colata di fango formata da materiale piroclastico, che scende per gravità dopo essersi imbevuta di acqua lungo i fianchi di un vulcano." (da Dizionario Treccani online).

Fenomeni riconducibili alla categoria dei lahar si sono avuti anche in Italia, nel recente passato (5 maggio 1998) e, più precisamente, nel territorio dei Comuni campani di Sarno, Quindici ed altri dove colate di materiale piroclastico (cenere, lapilli, pomici e scorie vulcaniche) derivanti dalle antiche eruzioni del Vesuvio, causarono la morte di almeno 60 persone e la distruzione di edifici, strade, ecc.

Attualmente, le aree adiacenti il Vesuvio, l'Etna, i Campi Flegrei e anche lo stesso Stromboli, sono costantemente monitorate per far fronte, tempestivamente, al possibile verificarsi del fenomeno distruttivo costituito dai lahar, (Fig.3-Fig.4- Fig.5 rispettivamente "Panoramica del Vesuvio" - "Panoramica dello Stromboli" - "Eruzione Etna").  

Vesuvio
Fig.3; "Panoramica del Vesuvio".


Stromboli
Fig.4; "Panoramica dello Stromboli".



Colonna fumo Etna
Fig.5; "Eruzione Etna".


Infine, il “fenomeno lahar” è contemplato tra le varie Pericolosità inerenti il “Rischio Idrogeologico” del Territorio Italiano.

Le Microplastiche e loro inquinamento