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domenica 26 ottobre 2025

Allerta Tsunami - Come, Dove e Quando?


 

Per una migliore comprensione di quanto riportato in seguito, occorre che siano chiari alcuni concetti basilari ovvero, qual'è la differenza che intercorre tra un'onda anomala e uno tsunami e cosa è un maremoto. Un'onda anomala è un “qualcosa” generata dalla forza del vento (in determinate condizioni) e, invece, uno tsunami (dal Giapponese “Onda sul porto” si veda fonte Enciclopedia Treccani on-line) è un “qualcosa” generato da un terremoto con epicentro in mare (ovvero un maremoto) oppure da una frana sottomarina (che si verificano, con una certa frequenza, nella zona di passaggio tra la piattaforma e la scarpata continentale) o ancora una eruzione vulcanica sottomarina, generalmente di tipo esplosivo, che causa uno spostamento della massa d'acqua circostante che si propaga, sottoforma di onda, fino a giungere sulla terraferma (ma anche generate da esplosioni vulcaniche sulla terraferma, come ad esempio quella del Krakatoa (nel 1883) i cui flussi di materiale piroclastico raggiunsero il mare e innescarono uno tsunami considerato tra i più distruttivi della storia)......

L'ultimo caso, in ordine di tempo, di tsunami catastrofico e che ha tenuto in apprensione l'intero Giappone ma non solo, è stato quello che si è abbattuto su Fukushima l'11 Marzo del 2011 e conosciuto appunto come “Catastrofe di Fukushima”, dove l'onda di uno tsunami, (generatosi a causa di un terremoto sottomarino di magnitudo 9.1 Mw) si abbattè sulla centrale atomica di Fukushima Dai-ichi (nella penisola di Ushika nella porzione est dell'isola di Honshu) compromettendo il funzionamento delle turbine e dei generatori diesel con conseguente blackout della centrale stessa e problemi sullo stesso Nocciolo radiattivo dell'impianto e fuoriuscita di materia radiattiva.

In precedenza, si verificò la più grande catastrofe, in termini di vite umane, causata da uno tsunami a memoria d'uomo: Il 26 dicembre 2004, lo Sri Lanka ha vissuto quello che è stato il disastro naturale più devastante della sua storia, a causa dell'impatto di uno tsunami. Nella fattispecie lo tsunami, è stato generato da un terremoto sottomarino con epicentro a largo della costa di Sumatra ( circa 160 Km a NE dell'Isola di Sumatra) e avente una magnitudo di 9.0 sulla scala Richter e che ha causato danni ingenti nella regione, sia alle proprietà sia in termini di vite umane, con oltre 30.000 morti e milioni di senzatetto (non solo in Sri lanka ma in tutta quell'area dell'oceano indiano).


Fig.1; Ubicazione epicentro del maremoto dello Tsunami 26/12/2004, Google earth.


Ma vediamo adesso come si genera uno tsunami. Gli tsunami, oltre ad esser stati confusi con le onde anomale, come già detto prima, sono stati definiti anche come "onde di marea" dai media e dal grande pubblico, e ancora "onde sismiche" dalla comunità scientifica. Tuttavia, il termine "onda di marea" è errato, poiché le onde di marea sono generate dall'effetto gravitazionale del sole e della luna.

Sebbene l'impatto di uno tsunami su un particolare tratto di costa dipenda dal livello locale dell'acqua al momento dell'impatto, gli tsunami non sono correlabili alle maree.

Anche il termine di "onda sismica" è fuorviante, poiché generalmente si riferisce alle onde acustiche generate da un terremoto che attraversa la crosta terrestre.

Uno tsunami è un treno d'onda costituito da una serie di onde, di lunghezza d'onda elevata (> 100 km) e periodo (dell'ordine delle ore), generate in un corpo idrico da una perturbazione impulsiva che sposta verticalmente l'acqua. Gli tsunami sono principalmente associati ai terremoti nelle regioni oceaniche e costiere. Anche frane sottomarine, eruzioni vulcaniche (come detto in precedenza), ma anche impatti di oggetti provenienti dallo spazio (come meteoriti, asteroidi) possono generare tsunami. Il tipo più comune di tsunami è quello associato ai terremoti tettonici, associati alla deformazione della crosta terrestre che si esplica, in prevalenza, con il movimento lungo i piani di faglia. Un terremoto che produce uno tsunami è noto come terremoto tsunamigenico. Quando un terremoto tsunamigenico si verifica sotto il mare, l'acqua sopra l'area deformata viene spostata dalla sua posizione di equilibrio. Le onde si formano quando la massa d'acqua spostata, che agisce sotto l'influenza della gravità, tenta di riacquistare il suo equilibrio. Questo spostamento della superficie marina innesca una serie di onde che si irradiano verso l'esterno a partire dalla perturbazione iniziale, simili a quelle osservate quando un sasso viene lasciato cadere in uno stagno. Quando vaste aree del fondale marino si sollevano o si abbassano, può formarsi uno tsunami. Il fattore principale che determina la dimensione iniziale di uno tsunami è il grado di deformazione verticale del fondale marino, che è controllato dalla magnitudo del terremoto, dalla profondità focale (la profondità sotto il fondale marino a cui si verifica il terremoto), dalle caratteristiche della faglia e dal crollo coincidente dei sedimenti o dalla fagliazione secondaria. Generalmente, affinché si generi uno tsunami, il terremoto deve avere una magnitudo > 6,5 sulla scala Richter e deve inoltre essere relativamente superficiale, ovvero con ipocentro tra 20 e 100 km sotto il fondale marino. Fa tenere presente che una profondità minore fornisce l'"impulso" più forte, ma un terremoto più profondo distribuisce l'"impulso" su un'area più ampia (Okal, 1988).

Quando lo tsunami attraversa le profondità dell'oceano, la lunghezza dell'onda da una cresta all'altra può essere di diverse centinaia di chilometri o più come già detto, e la sua altezza dalla cresta al cavo sarà solo < 1 m. Dunque per tal ragione, non possono essere percepiti a bordo delle navi né possono essere visti dall'alto in mare aperto. La celerità (velocità) dello tsunami è data da C = gH , dove g è l'accelerazione di gravità e H è la profondità totale dell'acqua. Pertanto, al diminuire della profondità dell'acqua, diminuisce anche la velocità dello tsunami. Negli oceani più profondi, le onde raggiungeranno velocità > 900 km /h, ovvero simili a quelle di un aereo a reazione. Il flusso di energia dello tsunami, che dipende dalla sua celerità e altezza, rimane pressoché costante. Pertanto, al diminuire della velocità dello tsunami, man mano che entra in acque meno profonde, l'altezza dell'onda aumenta. A causa di questo effetto conosciuto come "effetto banco", uno tsunami che era impercettibile in acque profonde può raggiungere un'altezza di diversi metri o più.

Quando uno tsunami raggiunge finalmente la costa, può apparire come una marea che sale o scende rapidamente, una serie di onde che si infrangono o persino una corrente d'aria. Le onde spesso persistono per 3-5 giorni, diminuendo di ampiezza nel tempo. Generalmente, il livello più alto dell'acqua non viene raggiunto durante la prima onda, ma piuttosto durante la seconda o la terza. Barriere coralline, baie, foci di fiumi, formazioni sottomarine e la pendenza della spiaggia contribuiscono a modificare l'andamento dello tsunami man mano che si avvicina alla costa.

Gli tsunami raramente si trasformano in onde imponenti. A volte lo tsunami può rompersi molto al largo. Oppure può formare un'onda a foro: un'onda a gradini con un fronte di rottura ripido. Un'onda a foro può formarsi se lo tsunami si sposta da acque profonde a una baia o un fiume poco profondi. Poiché l'effetto dello tsunami sulla costa è controllato dalla batimetria locale, una zona costiera potrebbe non essere interessata da alcuna attività ondosa dannosa, mentre in un'altra area, nel raggio di diversi chilometri, si possono verificare onde distruttive. L'inondazione costiera di una regione può estendersi verso l'entroterra per diversi chilometri o più, coprendo vaste distese di terra con acqua e detriti. Gli tsunami possono raggiungere un'altezza verticale massima sulla costa sopra il livello del mare, chiamata altezza di run-up, di 30 metri. Un'eccezione degna di nota è lo tsunami generato da una frana nella baia di Lituya, in Alaska, nel 1958, che ha prodotto un'altezza di run-up di 525 metri.

Poiché la scienza non può prevedere quando si verificheranno i terremoti, non possiamo determinare esattamente quando verrà generato uno tsunami. Tuttavia, con l'aiuto di registrazioni storiche di tsunami e modelli numerici, la scienza può farsi un'idea di dove è più probabile che si generino. Le misurazioni dell'altezza degli tsunami passati e la modellazione computerizzata aiutano a prevedere l'impatto futuro degli tsunami e i limiti di inondazione in specifiche aree costiere. Nel bacino del Pacifico si verificano in media due tsunami distruttivi all'anno.

Nell'Oceano Indiano, la placca indo-australiana è subdotta sotto la placca euroasiatica. Questa è la regione nota come Arco della Sonda, situata a sud dell'Indonesia. Lungo Sumatra, tsunami di grandi dimensioni sono stati registrati 3 volte negli ultimi 200 anni. Dal 1900, in questa regione si sono verificati 19 terremoti di magnitudo 7 o superiore (Pattiaratchi e Woo, 2000).

Ma ritorniamo a quanto è successo nello Sri Lanka il 26 dicembre 2005. Lo Sri Lanka si trova al largo della punta meridionale dell'India. L'isola ha una lunghezza di 445 km, una larghezza di 225 km, una superficie totale di 65.610 kmq e uno sviluppo costiero di circa 1.760 km. Ha una popolazione di 19,6 milioni di persone, di cui 4,85 milioni vivono entro 1 km dalla costa. Lo Sri Lanka ha una piattaforma continentale molto stretta, con una distanza media tra la costa e la curva di livello di 200 m (orlo di scarpata continentale) ubicato a una distanza dalla costa di 20 Km; in alcune località, soprattutto lungo la costa meridionale, questa distanza si riduce a < 5 km. La stretta piattaforma continentale rende lo Sri Lanka estremamente vulnerabile all'azione degli tsunami, poiché l'effetto di scoscendimento si verifica su una distanza più breve e la quantità di energia dissipata sulla regione della piattaforma continentale è trascurabile. Lo Sri Lanka si trova a circa 1.550 km dall'epicentro del terremoto in causa. Si è registrato che le onde dello tsunami hanno colpito per la prima volta la costa orientale alle 08:55 ora locale, per poi propagarsi lungo le coste meridionali e settentrionali, raggiungendo Colombo alle 10:00 circa e Jaffna alle 10:20 circa. Lo Sri Lanka è stato gravemente colpito dallo tsunami, che ha interessato oltre 1000 km di costa, da Jaffna a nord a Negombo lungo la costa occidentale, le quali hanno subito inondazioni con conseguenti perdite di vite umane e danni materiali. Si è registrato un totale di 30.983 morti, 4.924 dispersi, 23.248 feriti e 596.374 senzatetto.  

 I dati sul livello del mare, a intervalli di due minuti, sono stati raccolti dal mareografo situato nel porto peschereccio di Mutwal, a Colombo. Il livello massimo dell'acqua ha raggiunto i 2,65 m in un intervallo di tempo di 10 minuti. Successivamente al treno iniziale di onde, per 4 giorni sono state presenti oscillazioni ad alta frequenza potenziate, sovrapposte alla usuale registrazione delle maree, quindi, in questo caso, lo tsunami ha avuto l'effetto di potenziare l'oscillazione naturale giornaliera esistente, registrata per le maree.

Infine, diamo uno sguardo alla situazione italiana. L'Italia, a causa dell'elevata sismicità del suo territorio, congiuntamente alla sua esposizione al fenomeno dettata dal suo grande sviluppo costiero è da considerare ad alto Rischio Tsunami con particolare attenzione per le aree costiere Siciliane e Calabresi. Un episodio per tutti è quello che si verificò a seguito di un terremoto che colpì Messina e Reggio Calabria nel Dicembre del 1908. L'ondata di tsunami che seguì, arrivò alla “vertiginosa” altezza di 12 m (in località Giardini Naxos) e rase al suolo Messina (congiuntamente all'incedio che essa provocò). Assai più di recente, un altro tsunami degno di nota fu quello che si ebbe nel 2002 a causa di una frana di materiale piroclastico verificatasi lungo la porzione di versante “Sciara di fuoco” nell'isola di Stromboli. Il materiale in frana raggiunse il mare e provocò lo tsunami.

Ultimamente, si fa un gran parlare del Marsili e del possibile rischio Tsunami da esso costituito. Il Marsili è un vulcano sottomarino ancora attivo (il più grande d'Europa e del Mediterraneo) con un'area pari a 2.100 Kmq e una “bocca” a 500 m o poco più, al di sotto del livello del mare e, ubicato nel Tirreno meridionale, non molto lontano dalle coste calabro-campane nonché da quelle siciliane e per questo motivo induce una certa “paura” in merito ad un eventuale tsunami da esso, potenzialmente, innescabile. Invece, in base al particolare suo chimismo e magmatismo esso comporta un rischio vulcanico per eruzione estremamente basso e, inoltre, alle profondità in cui si trova la “bocca vulcanica” un'eventuale eruzione si tradurrebbe in una semplice deviazione temporanea della rotta di navigazione delle navi (fonte IAMC-CNR). Però, permane il rischio indotto da eventuali fenomeni gravitativi di versante (frane) che possono interessare i suoi pendii. In realtà, da una attenta analisi geomorfologica della struttura vulcanica, sembra che, almeno negli ultimi 700.000 anni, non vi siano stati fenomeni gravitativi degni di nota. 




sabato 18 ottobre 2025

I leoni d'Europa....il leone delle caverne (Panthera spelaea Goldfuss, 1810)

 


Quando si pensa ai leoni il nostro immaginario collettivo ci proietta, al volo, sugli altipiani caratterizzati dalla presenza di distese prevalentemente aride costituenti le arcinote savane tipiche dell'Africa subsahariana. In realtà, non è esattamente così, infatti, anche l'Europa annovera o meglio annoverava tra i suoi grandi mammiferi un leone del tutto suo, ovvero, il cosiddetto Leone delle Caverne (Panthera spelaea Goldfuss, 1810), discendente si dal leone africano ma ormai specie distinta da esso come conseguenza dell' isolamento geografico e, purtroppo, ormai estinto........


L'era quaternaria ha visto l'ascesa e il declino di una formidabile numero di specie costituenti la megafauna, tra cui quella del leone delle caverne (Panthera spelaea Goldfuss, 1810). Questo felino, ormai estinto, era uno dei predatori più grandi e potenti del suo tempo Le dimensioni del leone delle caverne, i suoi adattamenti morfologici e l'ampia documentazione fossile lo hanno reso una specie importante per quanto riguarda la ricerca paleontologica negli ultimi due secoli, a partire dal lavoro pionieristico di Goldfuss (1810). La comprensione della paleobiologia del leone delle caverne fornisce preziose informazioni sugli ecosistemi del Pleistocene, sulla storia evolutiva dei grandi carnivori e sulle interazioni tra questi predatori e i primi ominini (Rodríguez et al., 2017). In realtà, l'areale distributivo del leone della caverne era più ampio di quanto si pensasse e si estendeva ben oltre della sola Europa. Infatti, reperti fossili del leone delle caverne sono stati scoperti in un'ampia fascia dell'Eurasia, che si estende dalla Penisola Iberica a ovest fino alle remote zone della Siberia a est comprendendo la Beringia, l'Alaska e lo Yukon, dove la calotta glaciale del Nord Atlantico la separava dal leone americano (Panthera atrox Stuart e Lister, 2011).

Importanti siti fossili in Germania, come la Grotta di Zoolithen e Vogelherd, hanno restituito una grande quantità di ossa e denti, contribuendo in modo significativo alla comprensione della morfologia e dei modelli di distribuzione della specie (von Koenigswald e Heinrich, 1999; Diedrich, 2008). In Russia e Siberia, la conservazione dei resti di leone delle caverne (porzione di suolo perennemente ghiacciato) ha fornito esemplari straordinariamente intatti, tra cui intere carcasse mummificate, che offrono informazioni senza pari sulla loro anatomia e probabilmente sulla loro fisiologia e comportamento (Boeskorov et al., 2018). L'importanza dei leoni delle caverne come elemento all'interno delle corporazioni dei carnivori europei non può essere sottovalutata. Essendo uno dei predatori apicali del Pleistocene, ha svolto un ruolo cruciale nelle dinamiche trofiche (rapporti nutrizionali) del suo ambiente. Studiando gli adattamenti morfologici dei leoni delle caverne come la corporatura robusta e la dentatura specializzata si è riusciti a comprendere le loro strategie di caccia e le loro preferenze alimentari. Analisi degli isotopi stabili delle loro ossa e dei loro denti hanno rivelato una dieta composta prevalentemente da grandi erbivori, tra cui cavalli, cervi, renne, bisonti e persino orsi delle caverne, evidenziando il loro ruolo di predatori dominanti (Bocherens et al., 2011; Bocherens, 2015; Chernova et al., 2016; Wißing et al., 2016). La distribuzione e le variazioni morfologiche dei fossili di leone delle caverne in diverse regioni riflettono i loro adattamenti alle pressioni climatiche e ambientali del Pleistocene, nonché le loro relazioni ecologiche interspecifiche con altri grandi carnivori. Ad esempio, i cambiamenti nelle dimensioni e nella robustezza dei leoni delle caverne sono stati correlati ai periodi glaciali e interglaciali, suggerendo che questi predatori fossero altamente adattabili ad ambienti fluttuanti (Marciszak et al., 2014, 2019; Barnett et al., 2016).

In realtà, La specie del leone delle caverne non era monotipica e comprendeva tre sottospecie cronologicamente successive. La più antica, la più grande e la più longeva era Panthera spelaea fossilis von Reichenau, 1906 la cui presenza è documentata in almeno 62 siti eurasiatici datati tra 1200 e 300 mila anni fa (David 1980; Sala 1990; Lewis et al. 2010;Hemmer 2011;Sotnikova e alii.),

poi abbiamo una seconda sottospecie, mediamente più piccola e meno massiccia, Panthera spelaea intermedia  Argant et Brugal, 2017 i cui resti sono stati ritrovati, in prevalenza, in Francia e infine

la sottospecie stratigraficamente più giovane, Panthera spelaea spelaea Goldfuss, 1810 che costituisce la sottospecie nominativa ovvero la specie madre Panhera spelaea Goldfuss, 1810, che era anche la più diversificata metricamente e morfologicamente e apparve 180-160 mila anni fa (Marciszak e Stefaniak 2010;Hemmer 2011;Sabol 2011aSabol , b, 2014).

Le interazioni tra i leoni delle caverne e i primi esseri umani sono un altro ambito di notevole interesse. Le prove archeologiche indicano che i leoni delle caverne erano sia temuti che venerati dalle antiche popolazioni umane (Hussain e Floss, 2015). Le raffigurazioni di leoni delle caverne nell'arte preistorica, come quelle rinvenute nella grotta di Chauvet in Francia o nella grotta di Armintxe in Biscaglia (González Sainz, 2019–2020), e la presenza di segni di taglio in diversi contesti cronologici, suggeriscono una complessa relazione tra diversi gruppi umani e questi formidabili predatori (Speth, 2024). Queste rappresentazioni artistiche, insieme alla scoperta di resti di leoni delle caverne in insediamenti umani, offrono una finestra unica sulle strategie culturali e di sopravvivenza dei primi esseri umani (Pike-Tay et al., 2008; Russo et al., 2023).

Le caratteristiche fisiche dei leoni delle caverne, come sopra accennato, rivelano molto sui loro adattamenti all'ambiente eurasiatico del Pleistocene. Si stima che i leoni delle caverne fossero fino al 10% più grandi dei leoni moderni, con arti robusti e possenti che permettevano loro di abbattere e sottomettere facilmente prede di grandi dimensioni. La presenza di una folta pelliccia isolante è dedotta dal loro habitat a latitudini settentrionali e dalla esigenza di sopravvivere durante i periodi glaciali. Pitture e incisioni rupestri a volte raffigurano i leoni delle caverne con deboli strisce o macchie, simili alle macchie giovanili dei leoni moderni, fornendo ulteriori informazioni sul loro aspetto (Guthrie, 2005). È interessante notare che nessuna delle raffigurazioni, sia nell'arte parietale che in quella portatile, mostra segni di criniera (Yamaguchi et al., 2004; Clottes e Az´ema, 2005; Sigari et al., 2024).

In Italia i primi ritrovamenti e descrizioni di resti di leoni delle caverne risalgono anch'essi all'inizio del XX secolo, con contributi significativi da parte di ricercatori pionieristici in paleontologia e archeologia (Regalia, 1925; Pasa, 1947; Del Campana, 1954). In particolare, siti come Grotta del Cavallo e Grotta di Fumane hanno fornito importanti fossili che, insieme ad altri resti faunistici, offrono spunti sulle dinamiche dell'ecosistema e sulle relazioni predatore-preda dell'epoca (Benazzi et al., 2011). Particolarmente significativi sono i ritrovamenti di Panthera spelaea in Sicilia, per la sua bassa latitudine e il contesto paleoambientale nelle Grotte di Maccagnone e Cannita (Bonfiglio et al., 2022; Di Patti e Piccione, 2004).

Storicamente, i reperti più antichi (in Europa) di questi felini risalgono al tardo Pleistocene inferiore e sono associati a pochi rinvenimenti (siti di Mauer, Mosbach, Westbury e Isernia La Pineta), datati approssimativamente tra 0,6 e 0,4 milioni di anni fa (Sala, 1990; Turner e Antón, 1997; von Koenigswald e Heinrich, 1999; Stuart e Lister, 2011).

Per quanto riguarda l'estinzione di questi felini, le analisi al radiocarbonio effettuate sui loro resti e in tutto il suo areale, indicano che la loro scomparsa in Eurasia sia avvenuta nell'intervallo compreso tra 14–14,5 mila anni fa, mentre in Alaska e Yukon circa mille anni dopo. È probabile che l'estinzione sia avvenuta direttamente o indirettamente in risposta al riscaldamento climatico verificatosi circa 14,7 mila all'inizio dell'Interglaciale, accompagnato da una diffusione di arbusti e alberi e dalla riduzione degli habitat aperti. È possibile che si sia verificata anche una concomitante riduzione dell'abbondanza di prede disponibili, sebbene la maggior parte delle sue probabili specie preda sia sopravvissuta sostanzialmente più a lungo. Attualmente non è chiaro se l'espansione umana nel tardoglaciale possa aver giocato un ruolo nell'estinzione del leone delle caverne.

L'espansione olocenica del leone moderno (Panthera leo) nell'Asia sud-occidentale e nell'Europa sud-orientale rioccupò parte dell'ex areale di Panthera.spelaea, ma le relazioni temporali e geografiche tra le due specie nel tardo Pleistocene sono sconosciute. 



venerdì 10 ottobre 2025

La piccolissima rosa del mare - La Miacina miniacea

                           




Spesso, camminando sulla battigia, ci capita di notare delle sottili strisce o piccole bande, parallele alla linea di riva, di color rosa-rossastro che, immediatamente, nel nostro immaginario, crediamo essere costituite da frammenti di corallo rosso (Corallium rubrum).

In realtà, tali striature sono costituite da tanti piccolissimi gusci (scheletri o frammenti di essi) di natura carbonatica appartenenti ad un minuscolo organismo unicellulare appartenente ai Foraminiferi e denominato Miacina miniacea. 


GEO....

La Biocenosi associata alle "Praterie" di Posidonia oceanica è suddivisa in tre zone principali dette compartimenti costituiti da:

- L'insieme di specie che vivono nello spessore delle Matte (compartimento "endofauna");

- Le specie che vivono alla base dell'apparato fogliare ( "sottostrato sciafilo");

- Le specie che vivono al livello delle "foglie".

Tra le specie che vivono nel secondo comparto ("sottostrato sciafilo"), costituente la porzione più dura della pianta di Posidonia (Rizomi più Radici emergenti), riscontriamo la presenza di grazioso microrganismo unicellulare eucariota a guscio carbonatico appartenente  al Phylum Foraminiferi e classificato come Miniacina miniacea, (Pallas, 1766). In realtà, la Miniacina miniacea non "disdegna" di colonizzare anche l'apparato fogliare della pianta di Posidonia oceanica, come si può osservare nella figura che segue (Fig.1).

                 

Fig. 1; Particolare di foglia di Poseidonia oceanica con "concrezioni" a Miniacina miniacea.
                     

La Miniacina miniacea è un foraminifero bentonico sessile, ovvero fisso, che una volta fissatosi nel substrato, non si sposta più (per l'intero arco di vita).

Abbiamo detto che si ritrova nel "sottostrato sciafilo" della Posidonia ma è presente anche sui gusci dei molluschi bivalvi o gasteropodi. La relazione che instaura con gli organismi sui quali si fissa (Posidonia e molluschi) è una relazione simbiotica di "inquilinismo" che consiste nella coabitazione di due specie senza che una danneggi l'altra il quale rappresenta "il padrone di casa".

Esso vive in acque pulite con assenza di inquinanti e anche per questo motivo è considerato, assieme agli altri foraminiferi, un buon indicatore ambientale.

Predilige le zone ombrose e per tal motivo si insedia prevalentemente sotto lo spessore fogliare della pianta di Poseidonia oceanica (le foglie la riparano dalla luce).

La Miniacina miniacea vive nell'Infralitorale e più specificatamente fino a profondità che sono quelle della Posidonia dunque, in media 30-40 metri.

L'individuo "corpo molle", come in tutti gli altri foraminiferi, costruisce attorno a se uno scheletro carbonatico "perforato" detto Nicchio, di colore rosa più o meno scuro e ramificato con pori attraverso i quali fuoriescono delle estroflessioni ectoplasmatiche utilizzate per la cattura del cibo. La modalità di costruzione del Nicchio è quella comune a tutti i foraminiferi bentonici o planctonici che siano ovvero, partendo dallo stadio di zigote comincia a costruire una camera dopo l'altra, via via sempre più grande man mano che l'organismo cresce. Si forma così una struttura a spirale con ramificazioni nodose che si dipartono dalla zona basale e pori di piccolissimo diametro. 

L'allocazione nel substrato duro scelto, avviene fissando, nella fase iniziale, il dorso dello scheletro nel suddetto substrato e poi man mano che l'individuo cresce, lo sviluppo avviene in senso verticale con la costruzione, precedentemente descritta, delle camerette di forma subsferica che andranno a costituire le ramificazioni. La lunghezza massima finale dello scheletro siffatto, raramente arriva al centimetro

Arealmente, la specie si ritrova laddove sono presenti le "praterie" a Posidonia e in gemere, nelle zone di infralitorale della Sardegna (famosa è la spiaggia rosa dell'Isola di Budelli, nell'Arcipelago della Maddalena), del Salento, della Sicilia e del Sorrentino dove è stata rinvenuta "fissata" alle pareti, nella zona più buia, della grotta sottomarina dell'Isca.

Il genere Miniacina è costituto da 5 specie e il suo Range stratigrafico-temporale inizia con l'Eocene e giunge all'Olocene (Attuale).




Le Microplastiche e loro inquinamento