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giovedì 30 aprile 2026

La meravigliosa Giada Birmana....quella Imperiale!


SEZ SOTTILE GIADEITE


Tra le tante giade presenti sul mercato la giada proveniente dal Myanmar è senza dubbio la più pregiata per merito della sua elevata tenacità, della sua trasparenza e soprattutto del suo colore verde smeraldo. I cinesi cominciarono ad importarla relativamente presto, negli ultimi decenni del 700 anche e soprattutto per volere dell'Imperatore Qianlong che istituì tra il Myanmar centrosettentrionale e la Provincia cinese dello Yunnan la famosa “Via di Giada” percorsa dalle carovane piene del prezioso carico. Per questo motivo e per la particolare predilezione dell'Imperatore nei confronti di questa “pietra” la giada proveniente dalla Birmania (oggi Myanmar) fu soprannominata “Giada Imperiale”.

Essa venne e viene tutt'ora estratta dai giacimenti presenti nell'area di Hpakam (Distretto minerario Jade Tract) situata all'interno di un altopiano solcato dal Fiume Uru che nel corso della sua storia ha prodotto depositi conglomeratici sia di “Terrazzo fluviale” che di “Piana alluvionale” costituenti i giacimenti secondari del Distretto minerario. I giacimenti primari invece sono costituiti da dicchi e filoni che intersecano le serpentiniti e le Peridotiti serpentinizzate la cui origine è da ricondurre alla subduzione della Placca Indiana sotto quella Euroasiatica.

Dal punto di vista mineralogico la giada Birmana è costituita in massima parte da un aggregato di cristalli di pirosseno Giadeite (un pirosseno sodico) e pertanto, un po' speditivamente tale giada viene chiamata semplicemente “Giadeite”.

superficie di Giada Giadeite


Parole chiave:
Yu, Pirosseno, Yunnan, Imperatore Qianlong, Via di Giada, Mao Zedong, Hong Kong, Piumata, Cromo, Jade Tract, subduzione, Peridotite serpentinizzata, serpentinite, dicchi, filoni, conglomerati.

I cinesi, da sempre i più grandi estimatori di giada al mondo usarono il termine generico Yu (letteralmente “belle pietre”) per indicare tutte quelle pietre idonee ad essere trasformate in oggetti per rituali e ornamenti personali e considerate come giada. Yu è una delle parole più antiche e si pensa che il suo pittogramma abbia avuto origine addirittura nel 2950 a.c.

Al giorno d'oggi però grazie a una migliore conoscenza della mineralogia e dei suoi metodi di indagine queste “belle pietre” Yu sono state classificate e suddivise in due gruppi ovvero “Vere giade” e “False giade” dette anche “Pseudo giade”. Le Vere giade, le più preziose, sono rappresentate dalla roccia Nefrite che i cinesi reperivano facilmente in madrepatria e dalla Giadeite. roccia costituita da un aggregato di Pirosseno sodico (Giadeite appunto) importata in Cina (dal 1780 in poi) dalla Birmania oggi chiamata Myanmar. I giacimenti e con essi le koro miniere sono ubicati nella zona di Hpakan nel settore centrosettentrionale del paese. La bellissima Giadeite Birmana è, da sempre, contornata da un'aura di mistero non fosse peraltro che per la remota posizione delle miniere immerse nella giungla e in una zona per lungo tempo interdetta agli stranieri. Inoltre, a contribuire all'isolamento di questa area sono state e sono le piogge monsoniche e la guerriglia che affligge, a fasi alterne, la regione dal 1949.


STORIA

Almeno fino al XIII secolo, in Cina, la varietà più preziosa tra le giade (Yu) veniva identificata con la roccia anfibolica Nefrite dura e di colore variabile dal bianco al verde. Essa si rinveniva, in quantità anche considerevole, sui Monti Kunkun nella Cina occidentale e più precisamente dal fiume denominato Giada Bianca e da quello Giada Nera. Invece, per quanto riguarda la giadeite questa era, di fatto, sconosciuta ai cinesi fino ad allora. Ma, a partire dal XIII, si diffuse una leggenda per la quale un commerciante cinese dello Yunnan viaggiando attraverso quello che è ora il Myanmar del Nord, arrivato ad un certo punto, per bilanciare il carico del suo mulo raccolse un masso di colore marrone. Questo cadde e spaccandosi si rivelò di un verde vivido “smeraldo”. Il commerciante notò come la roccia fosse tenace quanto la Nefrite. I cinesi rinasero affascinati da questa leggenda. Il governo dello Yunnan inviò parecchie spedizioni yta il XIII e il XIV secolp alla ricerca di questa pietra ma esse si rivelarono degli insuccessi. Da allora, per circa 500 anni (fino alla fine del XVIII secolo) comparvero in Cina soltanto, piccoli pezzi di questa “nuova” giada.

Ma nel 1784, l'Imperatore Qianlong estese la giurisdizione della Cina all'attuale Myanmar centrosettentrionale dove gli avventurieri cinesi scoprirono ben presto la fonte della pietra semitrasparente dal verde smeraldo. Da allora, ingenti quantitativi di Giadeite vennero estratti e portati a Pechino nei migliori laboratori dell'Impero. Per la particolare predilezione da parte dell'Imperatore Qianlong per la Giadeite Birmana questa venne soprannominata Giada Imperiale. Essa giungeva in Cina dal Myanmar (Birmania) percorrendo la famosa “Via di Giada” un percorso ben consolidato esistente già dal 1784 e attivo fino alla seconda guerra mondiale che univa Hpakan (la zona in cui erano ubicate le miniere Birmane) alla Provincia cinese dello Yunnan.

In tempi più recenti, ovvero dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'ascesa in Cina del regime comunista di Mao Zedong (1949 – 1976) costituì una grossa “batosta” per la commercializzazione della giada Birmana e di tutte le pietre preziose in generale che, vennero “bollate” come simboli del materialismo e portate dunque al disuso. Per tutta risposta, il commercio della Giadeite si trasferì a Hong Kong (Colonia Britannica), dove gli esperti intagliatori si trasferirono da Pechino e Shanghai.

Ma come accadde in Cina, anche il Myanmar dopo la Seconda Guerra Mondiale fu dilaniato da disordini politici che portarono nel 1962, all'instaurazione di una giunta militare che portò il paese all'isolamento e, nel periodo 1963 – 1964 le miniere di giada furono interdette agli stranieri.

Nel 1969 8o governo impedì l'esplorazione e l'estrazione di gemme (giada compresa) ai privati portando la zona mineraria di Hpakan e tutto il paese al completo isolamento.

Negli ultimi anni, a partire dal 1995, il governo del Myanmar ha liberalizzato le normative relative al settore delle pietre preziose compreso il commercio della giada e per la prima volta i cittadini del Myanmar sono autorizzati a commerciare le gemme (giada compresa) e perfino venderle agli stranieri.

Portone con intarsi di Giada


MINERALOGIA E PROPRIETA' FISICHE

Con il termine Giadeite ci si riferisce un po' speditivamente sia alla roccia Giadeite (ovvero la giada) che al minerale Pirosseno sodico avente formula NaAlSi2O6 che la costituisce. La Giadeite (minerale) cristallizza nel Sistema Monoclino e ha habitus prismatico piuttosto tozzo. E' un tipico Pirosseno metamorfico che si forma nelle zone di subduzione (in questo caso, "subduzione cretacica della Neo - Tetide orientale") e dunque in una facies di alta Pressione (P tra i 5 e gli 11 Kbar) e bassa Temperatura (T compresa tra i 150 e i 400 C°). La sua genesi è legata alla presenza di fluidi ricchi in Sodio Na, Alluminio Al e Silicio Si

La Giadeite (roccia), si presenta compatta con una struttura generalmente granulare ed è costituita da un aggregato di cristalli di Pirosseno Giadeite interconnessi tra loro a dare una struttura tipicamente “piumata”. La lunghezza dei cristalli può variare da circa 10 micron a oltre un centimetro. Il pirosseno giadeitico raramente è puro infatti presenta percentuali variabili di Pirosseno Diopside (CaMgSi2O6) e/o pirosseni ricchi in Ferro Fe come l'Egirina e l'Hendebergite tutti in soluzione solida.

Dal punto di vista petrologico il pirosseno giadeitico deve costituire il 90 – 95 % della roccia Giadeite. In caso contrario, ovvero con percentuali inferiori non è più possibile parlare di giada Giadeite ma semplicemente di una roccia ricca in Pirosseno Giadeite. Essa avrà durezza inferiore alla giada.

In realtà, la giada Giadeite del Myanmar è polimineralica ovvero oltre al Pirosseno Giadeite contiene percentuali variabili di altri minerali quali, l'Albite, Il Glaucofane (anfibolo sodico), Analcime, Cromite, ecc. .

La colorazione della giada Giadeite è molto variabile, si va dal bianco (in presenza di elevate percentuali di Albite e Analcime) al giallo – arancione – rosso in presenza di ossidi di Ferro idrati e al grigio – nerastro in presenza di grafite. Ma il tipico colore verde “Imperiale” è dato dalla presenza in tracce di Cromo Cr nel reticolo cristallino e di Ferro Fe come impurità costituita dai minerali accessori.


Le proprietà fisiche della giada Giadeite del Myanmar sono;

  • Durezza, generalmente elevata (6.5 – 7 della scala di Mohs);

  • Tenacità, questa è estremamente elevata per merito della connessione e disposizione dei cristalli di pirosseno;

  • Peso specifico, intorno a 3,30 g/cm3;

  • Indice di rifrazione medio (riferito al Pirosseno Giadeite), 1,55;

  • Lucentezza, variabile da vitrea a grassa;

  • Aspetto, da opaco a traslucido.


GEOLOGIA

Il Distretto minerario di Giadeite detto Jade Tract ha come centro principale l'area di Hpakan situata nel settore centrosettentrionale del Myanmar. Altro centro di notevole interesse estrattivo è Tawtaw ubicato a NNW rispetto al primo. Hpakan e Tawtaw si trovano rispettivamente a q. 350 m s.l.m. e 840 m s.l.m. e sono ubicate all'interno di un altopiano formato dalla presenza di una anticlinale solcata da un fiume (Fiume Uru) seguita ad Est da una sinclinale posizionata parallelamente alla piega precedente. Il Jade Tract è caratterizzato dalla presenza di corpi di Peridotite serpentinizzata (contenenti abbondante Mg e Cromite) affiorante in maniera discontinua e avente età compresa tra il Cretaceo superiore e l'Eocene e da serpentiniti circondate da rocce plutoniche abissali o ipoabissali (Graniti e Monzoniti). Le Peridotiti (sono da considerare Duniti dunque con 90% e più di olivina), hanno avuto origine dalla subduzione della porzione oceanica della Placca Indiana in “avvicinamento ” a quella continentale Euroasiatica.

Ad ospitare le vene e i dicchi di Giadeite verde brillante (Giada Imperiale) sono proprio le Serpentiniti poste in affioramento da una serie di sovrascorrimenti quasi subverticali. La giada si forma dalla reazione della cromite contenuta nelle Serpentiniti e nelle Peridotiti serpentinizzate con i fluidi idrotermali.

Nel Jade Tract sono presenti sia giacimenti primari che secondari.

Distretto minerario Jade Tract


Il più classico dei giacimenti primari si trova sulla porzione di Altopiano in corrispondenza di
Tawtaw. Quest'area è stata sfruttata per oltre 100 anni e ha prodotto Giadeite di tutte le varietà di colore. Altri giacimenti primari si trovano nelle porzioni nordoccidentali e nordorientali del Jade Tract. In ciascuno di questi depositi primari i dicchi di Giadeite intersecano la Peridotite serpentinizzata con spessori variabili dovuti ad erosione e fagliazione stessa di detti dicchi. A Tawtaw è famoso un dicco di 1.5 – 2.5 m di larghezza, La maggior parte di questi dicchi è costituita da Giadeite (minerale) e Albite ma non mancano, nelle zone periferiche di alcuni dicchi, le Anfiboliti a Glaucofane di colore tipicamente blu scuro.

Ma la maggior parte della Giadeite viene estratta da giacimenti secondari quali il conglomerato del Fiume Uru affiorante a SE del corpo serpentinitico di Tawtaw e avente un'estensione areale massima di 6.5 Km2 e uno spessore che può raggiungere i 300 m. Tale deposito al Pleistocene superiore. I massi che lo costituiscono possono avere diametro che raggiunge e supera i 50 cm. Altri depositi secondari si ritrovano ad Est del Fiume Uru e sono costituiti da conglomerati sabbiosi del Miocene con carbone e resti vegetali mal decomposti.



 

giovedì 16 aprile 2026

L'Hindu Kush e il suo Tesoro - Il Lapislazzuli Afghano

 

Lapislazzuli

La Catena Alpino – Himalayana dell'Hindu Kush è ubicata nell'Asia centrale tra i territori dell'Afghanistan e Pakistan e si estende per una lunghezza di più di 800 Km con quote crescenti man mano che ci si sposta da Ovest verso Est. Queste raggiungono e superano i 7.000 m s.l.m.

Nel settore centrale di detta Catena e dunque nella porzione più Nordorientale del territorio afghano si rinviene il più grande dei giacimenti di lapislazzuli del mondo ovvero il giacimento di Sar – e – Sang. Il giacimento è noto alle tribù di quei monti sin da tempo immemore. Infatti, le prime evidenze dell'uso del Lapislazzuli in quei luoghi risalgono a circa 7.000 anni (se non più) prima di Cristo e consistono in ornamenti e pitture rupestri pervenute intatte sino ai giorni nostri e il cui pigmento veniva ricavato riducendo in polvere la pietra stessa. Questo è il famoso pigmento che conferiva il caratteristico colore detto “blu oltremare” conosciuto e apprezzato durante tutta la storia antica e recente dell'uomo moderno. Gli stessi Egizi erano notevoli estimatori del lapislazzuli afghano di Sar – e – Sang e del suo colore tanto da imbastire un fiorente commercio con le genti dei monti afghani. Questo commercio raggiunse la sua massima intensità nella medio – tarda Età del Bronzo e la sua massima espressione negli intarsi del celeberrimo gioiello costituito dalla “maschera funeraria” del faraone Tutankhamon. Più tardi, anche Marco Polo menzionò, nel suo “Milione”, le miniere di Sar – e – Sang. In realtà, non è noto a tutti che il Lapislazzuli non è affatto un minerale ma bensì, un miscuglio di tanti minerali costituente così, in definitiva, una vera e propria roccia. Nel giacimento afghano di Sar – e – Sang il Lapislazzuli si rinviene sottoforma di lenti e drappeggi all'interno di un bianchissimo marmo di età Archeana. Il giacimento di Sar – e - Sang consta di 7 punti di estrazione, tutt'ora in funzione, distribuiti sul versante orientale della valle del Fiume Kolscha che, in realtà, non è altro che un torrente originatosi per fusione nivale. I recenti eventi politici ovvero la “Rivoluzione Talebana” e la guerra che di li a poco si scatenò, misero in crisi la produzione di dette miniere e la commercializzazione su scala globale del loro Lapislazzuli. Soltanto negli ultimi anni, il governo attuale si è proposto di “rilanciare” il mercato del bellissimo Lapislazzuli di Sar – e – Sang anche, promuovendo una campagna di opportune prospezioni minerarie volte ad individuare, nella stessa area, nuove fonti di approvvigionamento.

Hindu Kush

Parole chiave: Uccisore di Hindu, Catena montuosa, Orogenesi, mix, Lazurite, Neolitico, Egitto, blu oltremare, maschera funeraria, Fiume Kolscha, marmi bianchi, metasomatosi, fluidi idrotermali, Noseana.

L'Hindu Kush (letteralmente “Uccisore di Hindu”) è una lunga Catena montuosa che si snoda per più di 800 Km attraversando i territori dell'Afghanistan e, prolungandosi verso Est, dell'attuale Pakistan dove raggiunge altezze che superano i 7.000 m s.l.m. La sua origine è da attribuire alla grande Orogenesi Alpino – Himalayana iniziata a fine Mesozoico e tutt'oggi in corso, come del resto dimostrato anche (ma non solo), dalla moltitudine di catastrofici terremoti con epicentro in quelle remote zone in prevalenza montuose. L'Hindu Kush termina ad Est, collegandosi attraverso le montagne del Pamir, nel più ampio Sistema montuoso dell'Himalaya.

Nell'Hindu Kush dell'estremo Nord – Est del territorio afghano si ritrova uno dei più antichi (se non il più antico) distretto minerario per l'estrazione del Lapislazzuli a tutt'oggi conosciuto, quello di Sar – e – Sang (dal persiano“Cima della pietra”) nella Provincia del Badakshan. Da qui proviene la varietà più preziosa di Lapislazzuli del mondo.


STORIA

Il termine Lapislazzuli deriva dal latino Lapis ovvero “pietra” e Lazulum (termine a sua volta di origine araba) che significa “azzurra” e si riferisce non ad un singolo minerale (come generalmente si pensa) ma ad una associazione (un mix) di minerali che danno luogo ad una massa azzurro – bluastra da considerarsi come una vera e propria roccia. La confusione nasce dalla tendenza ad associare il lapislazzuli alla Lazurite ovvero uno dei tanti minerali costituenti la roccia Lapislazzuli (quello che contribuisce, di fatto, in massima parte a dare il colore blu intenso e vivace).

Ciò premesso, le prime tracce di estrazione del Lapislazzuli nell'area di Sar – e – Sang risalgono al Neolitico e con maggiore esattezza a circa 7.000 anni a.c. o poco più, data a cui risalgono le pitture rupestri nei dintorni stessi di Sar – e – Samg. A Mundigak, sempre in Afghanistan, sono stati rinvenuti ornamenti vari e articoli funerari di pregiata fattura risalenti poco più di 4.500 anni a.c. Dello stesso periodo è il lLapislazzuli afghano rinvenuto, sempre come ornamenti, nei monasteri buddhisti distribuiti lungo la via commerciale che conduce alla foce dell'Indo.

Invece, per i primi esempi di Lapislazzuli afghano in Mesopotamia bisogna aspettare il Periodo Ubaid (4.000 a.c. circa) ovvero quel periodo della costruzione delle prime città nell'attuale Iraq.

Da li, il passaggio all'Egitto fu breve e le prime testimonianze di commercio del lapislazzuli sono databili intorno al 3.500 – 3.000 anni a.c. Ma il commercio del Lapislazzuli tra l'Afghanistan e l'Egitto divenne fiorente soprattutto nella media – tarda età del Bronzo ovvero tra il 2.000 e il 1.200 a.c.. Ancora oggi, gli studiosi del settore cercano di capire quali siano tate le vie “preferenziali” attraverso le quali il lapislazzuli di Sar – e – Sang arrivasse in Egitto. L'ipotesi più accreditata è quella per la quale il Lapislazzuli dovesse passare necessariamente dalla Mesopotamia veicolato per mezzo delle grandi vie fluviali costituite dai fiumi come Tigri e Eufrate. Dopodiché, giunti alla foce, per mezzo di imbarcazioni i carichi del prezioso materiale giungevano in Egitto dove, a sua volta, veniva facilmente “smerciato” in tutto il territorio del regno grazie alla principale via di comunicazione del paese, il Nilo. Il Lapislazzuli, in Egitto (ma in verità dappertutto) veniva utilizzato sia come pietra per la manifattura di gioielli che come pigmento (il famoso “ blu oltremare” conosciuto più tardi nel Medioevo anche con il nome di “blu intenso”). Il gioiello più famoso in cui compare il lapislazzuli afghano di Sar – e – Sang è la maschera funeraria del Faraone Tutankhamon.

Tutankhamon Mask
"Maschera Funeraria Tutankhamon"


Anche Marco Polo (parecchio più tardi) menziona nel suo libro “Il Milione” la località di Sar – e – Sang e il suo Lapislazzuli. Tra le tante altre cose, riguardanti questa bellissima pietra, è da menzionare la famosa “Cappella degli Scrovegni” (1303 - 1305) dove Giotto usò, tra i tanti colori, anche il (blu oltremare) ottenuto riducendo in polvere il Lapislazzuli afghano. Altra opera d'arte degna di nota e nella quale fu utilizzato il pigmento “blu oltremare” fu il famoso dipinto di Vermes (XVII) conosciuto come “La ragazza con l'orecchino di perla”. Negli ultimi anni, la produzione relativa al giacimento di Sar -e- Sang ha risentito degli sconvolgimenti politici (salita al potere dei Talebani) e dei conflitti che hanno interessato l'area e l'Afghanistan tutto.


GEOLOGIA

Il giacimento di Sar – e – Sang ricade nel settore centrale della Catena montuosa dell'Hindu Kush nell'estremo Nord – Est dell'Afghanistan. Il giacimento è situato all'interno della valle del Fiume Kolscha e i punti di estrazione sono tutti ubicati sul versante orientale del corso d'acqua. Il territorio, in generale, si presenta costituito da una moltitudine di creste aguzze separate da altrettante strette vallive percorse da corsi d'acqua a carattere torrentizio alimentati per fusione nivale. I punti di estrazione riferibili a questo giacimento sono 7 (almeno fino al 1976) e si sviluppano altimetricamente tra le quote di 2.700 e 3.400 m s.l.,m.

L'azione erosiva del Fiume Kolscha ha “messo a giorno” le rocce del substrato costituite essenzialmente da corpi ignei intrusivi granitoidi metamorfosati (come Gneiss occhiadini), marmi bianchi (sia calcitici che dolomitici), skarn a pirosseno (Diopside) e calcefiri a pirosseno (Forsterite). Tutti questi litotipi sono di età precambriana, quindi prima del Paleozoico (Archeano) e sono raggruppati a costituire la Formazione Sakhi.

Da più parti si ritiene che l'origine del Lapislazzuli di Sar – e – Sang sia attribuibile a metasomatosi (ovvero scambio molecola per molecola o ione per ione favorito da fluidi idrotermali) tra le rocce granitoidi metamorfosate (precedentemente menzionate) e i marmi di colore bianco. Il Lapislazzuli si rinviene all'interno di questi ultimi e sottoforma di potenti lenti (fino a 6 m di spessore) o di più o meno aguzze ondulazioni (drappeggi).

Il Lapislazzuli di Sar – e – Sang è costituito da una vasta gamma di minerali tra i quali si ha la Lazurite, l'Hauyna, la Sodalite, la Flogopite, il Diopside, la Calcite, la Pirite, ecc. Ma a rendere pressoché unico il Lapislazzuli proveniente da questo giacimento è l'elevata percentuale in Lazurite ovvero, il minerale che conferisce, primo tra tutti, il colore blu (il famoso blu oltremare). La Lazurite è un feldspatoide (appartenente al gruppo della Sodalite) che cristallizza nel Sistema cubico e con formula (Na,Ca)8.(S,Cl,SO4,OH)2.(Al6Si6O24). Talora, questi minerali di cui sopra si presentano distinti dalla “massa Lapislazzuli” e in più mostrano con un bellissimo habitus e pertanto, sono molto ricercati dai collezionisti.

Lapislazzuli grezzo
"Lapislazzuli grezzo"


Le principali proprietà fisiche della roccia Lapislazzuli sono:

Aspetto opaco. Colore blu oltremare con venature bianche di Calcite e dorate di Pirite, Durezza 5 – 6 della scala di Mohs, Peso specifico 2,5 – 2,9 g/cm3, Indice di rifrazione medio 1,50

Per concludere, esiste un Lapislazzuli italiano? Si, esiste! Ma esso non si presenta sottoforma di giacimento minerario ovvero come un qualcosa di "minerariamente" “coltivabile”. Si rinviene, piuttosto, in masserelle globulari all'interno di alcune rocce ignee alterate da fluidi idrotermali e appartenenti alle provincie magmatiche dei Colli Euganei, del Vesuvio e del Viterbese. Purtroppo, questo lapislazzuli “nostrano” non è così ricco in Lazurite (come l'afghano) ovvero di quel minerale che, come detto in precedenza, conferisce la colorazione caratteristica del lapislazzuli di alta qualità (ovvero il “blu oltremare”) dell'Hindu Kush. Al suo posto, presenta invece, una elevata percentuale di un altro feldspatoide del gruppo della Sodalite ovvero la Noseana che non da, assolutamente, lo stesso effetto cromatico della Lazurite.


domenica 12 aprile 2026

La Turchese del Sinai - L'azzurro cielo dei faraoni (storia e geologia).


Turchese


I primi segni di estrazione della turchese nel Sinai risalgono agli inizi del Neolitico, ovvero a circa 8.000 anni fa e consistono, essenzialmente, in utensili in pietra atti allo scavo, resti di accampamenti, ecc. lasciati da piccoli gruppi nomadi di minatori di origine semitica (nemici acerrimi degli Israeliti) provenienti da Nord. Le tracce più importanti del loro passaggio sono senza dubbio le iscrizioni rupestri lasciate sia dentro che fuori le pareti degli scavi. Queste, infatti, rappresentano in assoluto le più antiche iscrizioni di tipo alfabetico della storia (alfabeto proto – sinaitico). Addirittura, si pensa che gli stessi Fenici abbiano “preso spunto” da esse per elaborare il loro famoso alfabeto. In un primo momento, gli Egizi si limitarono a “coltivare” questi giacimenti di turchese in assoluta pace se non, addirittura, in collaborazione con queste genti nomadi già presenti. Ma le cose cominciarono a cambiare contestualmente all'unificazione dell'intero regno dell'antico Egitto. Ma il segnale inequivocabile di rottura tra Egizi e i minatori nomadi si ebbe soltanto più tardi, in concomitanza dell'inizio della costruzione del famoso tempio dedicato alla Dea Hathor, edificato proprio al centro del sito minerario di Serabit El – Khadem (sotto il regno del Faraone Nectanebo II, intorno al 360 a,c., ultimo Faraone della XXX° dinastia). In breve, non era concepibile che una Dea così importante del loro Pantheon avesse “dimora” in una terra straniera pertanto, anche con questo pretesto, da quel momento in poi, gli Egizi non si sentirono più “ospiti” in Sinai e per la qualcosa, ben presto, cominciarono a considerare la penisola come uno dei loro tanti possedimenti. Il tempio trovò suo totale compimento soltanto in epoca romana ed oggi è meta di numerosi turisti. Nel complesso, la turchese venne estratta, in maniera più o meno intensiva, per un lasso di tempo complessivo di circa 2.000 anni. La preziosa pietra venne impiegata per la manifattura di gioielli (primo fra tutti la “maschera funeraria” del celebre Faraone Tutankhamon, XVIII° dinastia”), ornamenti vari, produzione di smalti, tesserine per mosaici e pavimenti, ecc. . I due giacimenti principali erano ubicati nella porzione occidentale del Sinai meridionale. Essi venivano “sfruttati” mediante apposite spedizioni organizzate nell'arco di tempo intercorrente tra la piena annuale del Nilo (Dicembre - Gennaio) e la tarda primavera cosi da evitare le estati torride che caratterizzano, a tutt'oggi, il Sud del Sinai. La turchese veniva estratta da livelli, strati o banchi (a seconda dei luoghi) appartenenti alle geologicamente famose “Arenarie Nubiane” del Cretaceo (ma non solo), più o meno cementate e/o alterate per weathering. La preziosa pietra di colore anch'esso variabile da luogo a luogo (la più apprezzata era quella di color “azzurro cielo”), veniva estratta sia sottoforma di “schegge” angolose che di piccole masserelle globulari. Attualmente, questi antichi siti minerari non sono più attivi, almeno a livello industriale. A rendere poco conveniente lo sfruttamento dei filoni di turchese del Sinai è stata la concomitanza di più fattori decisamente negativi, primo fra tutti, la scoperta e la messa in commercio della, altrettanto bella, turchese persiana proveniente dalle alture di Neyshapur (Iran).


raffigurazioni Dea Hathor

Parole chiave: Neolitico, Egizi, Calcolitico, iscrizioni rupestri, tempio, Dea Hathor, giacimenti, Arenaria Nubiana, azzurro cielo.

Le prime prove di una rudimentale attività estrattiva della turchese nella penisola del Sinai (chiamata un arabo Ard Al – Fayourz ovvero “Terra della turchese”) risalgono a circa 8.000 anni fa (inizi del Neolitico) e consistono in utensili in pietra atti allo scavo, iscrizioni rupestri e in generale resti di insediamenti riferibili a piccoli gruppi di minatori nomadi di origine semitica provenienti da Nord e “passanti” da un giacimento all'altro. Intorno al 3.500 a.c. (Calcolitico) furono scoperti i grandi filoni di turchese di Serabit El-Khadem.

Gli antichi Egizi chiamarono il Sinai col nome di Mafkat ovvero “Paese della turchese”(anche se alcuni, più tardi tradussero il termine Mafkat semplicemente come “turchese”) e la estrassero, sin dai tempi della Prima dinastia, sia da Serabit El-Khadem che da un'altra famosa località chiamata Wadi Magharah (in arabo “Valle delle grotte” per la presenza di numerosi cunicoli dovuti all'attività estrattiva). Altre località di una certa importanza dalle quali si estraeva la turchese furono Wadi Kharig e Wadi Al – Nasib.

Non appena i regni d'Egitto si unificarono (nel regno del Faraone Menes, I° dinastia) i primi grandi faraoni volsero la loro attenzione ai giacimenti di turchese sinaitici e da li a poco ne diventarono i padroni assoluti avviando un'attività estrattiva ben organizzata (in special modo nel sito estrattivo Serabit El – Khadem). Da allora e per i successivi 2.000 anni, grandi quantitativi di turchese furono estratti e convogliati via mare nel continente dove venne usata nei modi più disparati quali, la manifattura dei noti scarabei egizi, in gioielleria e una volta appositamente triturata veniva utilizzata anche per la produzione di brillanti smalti che gli Egizi utilizzavano su ogni cosa. Ma il gioiello più prezioso in assoluto per la cui confezione la turchese venne abbondantemente utilizzata è la famosa “maschera funeraria” di Tutankhamon.


Turquoise jewelry

Durante il Medio Regno, nel sito di Serabit El-Khadim fu costruito il Tempio della Dea Hathor definita la “Signora della turchese”. Tale tempio venne parzialmente ricostruito più tardi, nel Nuovo Regno e completato un epoca romana. La Dea Hathor veniva invocata da coloro che sfidavano i pericoli del deserto e per avere protezione nel pericoloso lavoro di estrazione. La Dea Hathor venne venerata per tutto il Medio e il Nuovo Regno. Il nome stesso di Serabit El-Khadim dato successivamente al sito dagli arabi significa “Colonne dello schiavo” con preciso riferimento alle colonne del Tempio della Dea Hathor e agli schiavi che lavoravano nelle miniere del comprensorio. La Dea Hathor era sia la protettrice dei minatori ma era anche la Dea della fertilità, della gioia e dell'amore.

Nella religione egizia la turchese simboleggiava la fertilità, la vita e la gioia e il suo colore azzurro – verde evocava le rive del Nilo e la promessa della rinascita. La Dea Hathor era considerata la protettrice di questa pietra. Si credeva così che indossando anche un semplice gioiello in turchese si avesse dalla Dea Hathor protezione e vitalità sia in vita che nell'aldilà. Inoltre, la Dea Hathor, essendo associata con la turchese (simbolo di fertilità) veniva invocata dalle donne affinché potessero avere figli.

Il culto della Dea Hathor, Signora della turchese, si diffuse anche oltre i confini dell'Egitto di pari passo con l'espansione politico – militare degli Egizi. Arrivò, infatti, anche a Canaan tra il 1.550 e 1.200 a.c.(Canaan era la “terra promessa” degli ebrei per intenderci) dove la Dea egizia fu”assimilata” e identificata con la divinità locale Astarte. Ad ogni modo, la costruzione del Tempio di Hathor, di fatto, segna la fine della convivenza “estrattiva” tra gli Egizi e la popolazione semitica errante. Infatti, in precedenza, gli Egizi e le genti semitiche lavoravano fianco a fianco costituendo una sorta di pacifica comunità mineraria ma, da quel momento gli Egizi non si sentirono più semplici ospiti in Sinai ma, bensì, padroni di quelle terre annesse di fatto nel loro regno.

Serabit El – Khadim o meglio le sue rovine furono scoperte abbastanza di recente (nel 1762) da Niebuhr, un inviato del Re di Danimarca alla ricerca di iscrizioni e disegni rupestri. Niebhur non capì che si trattassero di rovine relative ad attività estrattive. Soltanto successivamente, un certo Rupell (nel 1817) capì l'origine mineraria del sito. Ma bisognò arrivare al 1828 quando un certo Laborde riusci a trovare di fatto la turchese (“ben cinque pietre”).

Ma l'importanza delle miniere di turchese nel Sinai va aldilà del valore religioso e ovviamente commerciale del minerale. Infatti, tali punti di estrazione hanno un grandissimo valore culturale in quanto dentro e nei dintorni degli scavi ad essi associati sono state rinvenute la più antiche iscrizioni alfabetiche della storia (alfabeto proto – sinaitico). Si pensa, addirittura, che gli antichi Fenici avessero appreso in quei siti l'uso del loro famoso alfabeto.


PROPRIETA' CHIMICHE E FISICHE DELLA TURCHESE

La turchese è un Fosfato basico idrato di alluminio Al e rame Cu: CuAl6[(OH)2|PO4]4H2O. Essa ha origine dalle soluzioni circolanti che si formano in corrispondenza dei giacimenti di rame (spesso costituiti da “Porfido cuprifero”). Il rame in essi contenuto, viene “lisciviato” da dette soluzioni e deposto, sottoforma di composti secondari (quali appunto la turchese) altrove. Come impurità nel reticolo è presente anche Ferro Fe. Il rame e il ferro concorrono a determinarne il colore il quale dunque, può variare dal blu pi+ o meno intenso al verde a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro. E' presente anche il colore grigio biancastro causato probabilmente da rapida alterazione congiuntamente ad evaporazione dell'acqua di composizione dai suoi micropori, con conseguente disidratazione (caso piuttosto frequente nei giacimenti del Sinai). Il colore più apprezzato è il famoso “azzurro cielo” particolarmente apprezzato dai Faraoni. Il minerale turchese cristallizza nel sistema triclino. Si presenta opaco, Ha durezza 6 della scala di Mohs (si graffia con una punta di quarzo). Presenta frattura concoide. Alla prova dello streak mostra una striscia bianca. La pietra presenta spesso inclusioni di limonite aventi color giallo – rossastro ma, anche di granuli di quarzo trasparenti incolori nonché altri composti di ferro, rame e manganese Mn.


GEOLOGIA

I due principali giacimenti di turchese del Sinai ovvero quello di Wadi Magharah e quello di Serabit El-Khadim, ricadono all'interno di una vasta area caratterizzata dalla presenza, all'affioramento, dei depositi silicoclastici arenitici noti in letteratura geologica come “Arenarie Nubiane”, prevalentemente di età ascrivibile al Cretaceo (ma anche precedenti). Esse sono il prodotto del disfacimento (ad opera degli agenti esogeni quali vento, acquee incanalate, ecc.) di un preesistente substrato definito “Basamento cristallino”. Tali areniti sono costituite prevalentemente da granuli di quarzo (ma non mancano quelli di natura feldspatica) e si presentano variamente cementate (cemento ferruginoso rossastro). Presentano anche, a luoghi, composti vari associabili ad un avanzato stato di alterazione ad opera degli agenti atmosferici (weathering). Non mancano anche, risultanze di fenomeni di origine idrotermale (da qui la presenza, spesso, di Kaolinite). La colorazione di tali depositi varia a seconda e soprattutto, del contenuto di ossidi di ferro. In un tal contesto si rinvengono i filoni di turchese costituenti i due giacimenti. Da notare che, questi giacimenti (insieme ad altri quali quello di Wadi Kharag, e quello di Wadi Al - Nasib) sono ubicati “rigorosamente” nel settore sudoccidentale del Sinai e sono “associabili” a vicine miniere di rame dalle quali il metallo viene estratto come costituente di minerali secondari quali, azzurrite, crisocolla, malachite e cuprite. Nel passato sono state effettuate numerose spedizioni per la ricerca e prospezione di possibili filoni di turchese presenti nel settore sudorientale della penisola ma, stranamente (nonostante le condizioni geologiche di base non siano affatto tanto dissimili) non ne furono trovati. L'assenza della turchese nella porzione orientale del Sinai meridionale fu ufficialmente attestata, piuttosto di recente, da un membro del Servizio Geologico Egiziano, il quale scrive:”Attraversando la regione delle Arenarie Nubiane si cercò la turchese senza successo, l'unica testimonianza nel Sinai è quindi la sua presenza a Wadi Magharah e a Serabit El-Khadem entrambe sul lato occidentale”.


Banchi Arenarie Nubiane

Ritornando ai due giacimenti storici di maggiore produttività quali quelli di Wadi Magharan e di Serabit El-Khadem abbiamo che:

- Nel comprensorio di Wadi Magharah la turchese si rinviene appena sotto un sottile strato ferruginoso che separa un sottostante banco di arenaria violacea risalente al carbonifero (avente spessore stimato intorno ai 50 m) da uno soprastante di arenaria più chiara (spessore massimo intorno ai 120 – 130 m). Stratigraficamente più in alto, si riscontra la presenza di un banco di lave lbasaltiche di età cenozoica che ricopre le sottostanti arenarie precedentemente menzionate (Arenarie Nubiane). La turchese si trova nei livelli più violacei o ferruginosi. Lo strato mineralizzato a turchese è attraversato da livelli di sabbie sciolte ocra che formano per erosione cavità di diametro variabile. All'interno di queste cavità o nella sabbia si rinvengono le “gemme” migliori. Sottili vene mineralizzate a turchese, ma di qualità inferiore si trobano come riempimento delle numerose fratture presenti all'interno dello spessore arenaceo. La turchese è distribuita, comunque, in modo estremamente irregolare e una faglia con immersione verso ovest chiude il giacimento. Nel comprensorio di Wadi Magharah le due principali miniere sono quelle di Wadi Qenaia e quella di Sidri. Ad ogni modo, la turchese di qualità migliore (color “azzurro cielo” tanto cara ai faraoni) si veniva estratta dalla località di Yahudia.

 - Invece, nel comprensorio di Serabit El-Khadem, la turchese si ritrova come riempimento di fratture che attraversano uno spessore di arenarie ferruginose sormontate da un sottile banco di natura carbonatica. Questa porzione di arenaria ferruginosa entro la quale si trova la turchese non supera generalmente i 5 – 6 m di spessore.



Dettaglio Filone turchese + altri miner.


CENNI SULLE MODALITA' ESTRATTIVE EGIZIE

Gli Egizi non usavano lasciare loro guarnigioni a difesa dei punti estrattivi del Sinai e il loro modo di operare consisteva piuttosto nell'organizzare apposite spedizioni che, partendo direttamente dalla madre patria, raggiungevano i siti di estrazione nel Sinai. Queste spedizioni erano condotte da un capo (di solito un funzionario esperto in organizzazione) ed erano costituite da 400 – 500 uomini (spesso schiavi). Le spedizioni avvenivano una volta all'anno ma talora anche ogni due anni. Partivano subito dopo il periodo di esondazione del Nilo (Dicembre – Gennaio) e ritornavano prima dell'arrivo della stagione calda. Gli uomini dormivano in piccoli alloggi fatti in pietra e portavano con loro i viveri direttamente dall'Egitto.

L'estrazione vera e propria avveniva con attrezzi rudimentali e soprattutto con modalità in “superficie”. In realtà, sono note anche gallerie e tunnel seguenti i filoni mineralizzati, sviluppate fino ad una profondità considerevole (30 – 40 m dal piano campagna p.c.). Si usavano scalpelli in rame sui quali si battevano pesanti martelli di pietra con manico un legno. Il materiale veniva estratto sia sottoforma di materiale scheggiato più e sia come masserelle globulari di varia dimensione. I sottoprodotti dell'estrazione della turchese quali, ossidi di manganese, ossidi di ferro, ecc. venivano raccolti e conservati per produrre vernici e smalti vari. Alla fine della stagione estrattiva, prima di tornare in patria, erano soliti lasciare iscrizioni rupestri riportanti i loro successi e le quantità estratte del prezioso minerale.


CONCLUSIONI

Attualmente, le antiche miniere di turchese del Sinai non sono da considerarsi attive, almeno a livello industriale. A rendere svantaggioso lo sfruttamento dei filoni di turchese in Sinai è stata la concomitanza di diversi fattori quali, le condizioni ambientali spesso proibitive (clima desertico) per gran parte dell'anno, la estrema delicatezza della pietra turchese sinaitica eccessivamente instabile e soggetta a disidratazione nonché cambiamento di colore, impossibilità di utilizzo dei moderni macchinari atti allo scavo a causa dell'estrema frammentazione, non continuità delle vene mineralizzate che si presentano notevolmente sparse e discontinue e infine, forse il fattore più determinante, la comparsa sui mercati della altrettanto bella turchese persiana proveniente dal piccolo villaggio di Maden nei pressi di Neyshapur (Iran) e apprezzata per il suo colore blu vivido conferitole da una notevole percentuale di rame.




 








Le Microplastiche e loro inquinamento