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sabato 15 novembre 2025

La “Tigre dai denti a sciabola” - Lo Smilodon (Lund, 1842)

 


Lo Smilodon, è un genere estinto di felini noto anche come “Tigre dai denti a sciabola” o anche “Gatto dai denti a sciabola”. In realtà i carnivori definiti dai “denti a sciabola” erano divisi in due gruppi: i “felini dai denti a sciabola”, con canini più corti e grossolanamente seghettati, abbinati a zampe lunghe per la corsa veloce, e i “felini dai denti a pugnale”, con canini più allungati e finemente seghettati, abbinati a zampe corte, pensate per la potenza piuttosto che per la velocità. Nel Pleistocene del Nord America, come in Europa, il felino dai denti a sciabola era l'Homotherium; il felino dai denti a pugnale nordamericano era, invece, lo Smilodon (Lund, 1842)

Nonostante l'appellativo alquanto accattivante e suggestivo di “Tigre dai denti a sciabola” lo Smilodon non era un parente stretto della tigre o degli altri panterinidi chiamati oggi “Grandi Felini” (l'ultimo progenitore in comune risale a circa 20 Ma fa) ma, bensì, un grosso felino, leggermente più grosso dell'attuale leone africano, con zampe più corte, dalla corta coda ma con i canini sproporzionati (18-20 cm) e appartenente alla Famiglia Felidae, Sottofamiglia Machairodontae ormai estinta.

Gli Smilodonti avevano la peculiarità di possedere canini superiori di lunghezza spropositata (fino a 20 cm) considerati “ipertelici”. L'ipertelia è quel fenomeno che consiste nello sviluppo esagerato e spesso sterile di determinati organi (si veda la Giraffa o il Narvalo). Spesso, essa è considerata come causa dell'estinzione di una specie (p.e. Il cervo del Pleistocene irlandese il “Megalocero” che si estinse a causa dell'eccessivo sviluppo dell'impalcatura delle sue corna, appunto iperteliche, che lo limitava negli spostamenti tra gli alberi e, nella fuga) ma nel caso dello Smilodon, a quanto pare, l'ipertelia dei canini non comportò l'estinzione in quanto, è ormai assodato che, essa si manifestava nella tarda maturità e, pertanto, gli individui appartenenti alla specie avevano tutto il tempo di accoppiarsi e riprodursi perpetrando la specie stessa.


Fig.1, Cranio di Smilodon

Gli Smilodonti cominciarono a diffondersi, in America settentrionale, sin dal tardo Pliocene per poi “colonizzare”, a partire dal Pleistocene inferiore-medio (circa 2,5 Ma fa) anche l'America meridionale, facilitata dal fenomeno conosciuto con l'acronimo inglese GABI ovvero Great American Biotic Interchange (Grande Scambio Americano Biotico) che permise, a partire da 2,7 Ma fa, grazie al sollevamento dell'istmo di Panama, la migrazione delle specie animali sia dall'America settentrionale verso quella meridionale che viceversa.

Il Genere Smilodon (Lud, 1842) comprende 3 specie: Smilodon gracilis (Cope, 1880), Smilodon fatalis (Leidy, 1868) e Smilodon populator (Lund, 1842). Tali specie differiscono tra loro sia per dimensioni corporee che per lunghezza dei canini nonché per la differente presenza temporale durante tutto “l'arco di vita” del Genere (Cope, 1899).

La specie Smilidon gracilis è, senza dubbio, la più antica (2,5 Ma fa - 500 Ka ovvero mila anni fa: Anton, 2013; Berta, 1987), pesava 55-100 kg, simile alle dimensioni corporee dei giaguari e probabilmente si è evoluta da Megantereon (Christiansen, Harris, 2005). Si ritiene che Smilodon gracilis sia il presunto antenato di Smilidon fatalis (1,6 milioni di anni fa - 10 mila anni fa),
quest'ultimo era più grande, con un peso di circa 160-280 kg e si ritiene che vivesse principalmente in Nord America (Anton, 2013; Christiansen & Harris, 2005; Kurten, 1965).
Lo Smilodon populator potrebbe aver superato i 400 kg, quasi il doppio del peso di un leone africano, ed è limitata al Sud America (Bocherens et al., 2016; Christiansen & Harris, 2005).
Le prove suggeriscono che S. fatalis migrò in Sud America durante il Pleistocene e si evolse potenzialmente in Smilodon. populator, il più grande e robusto del genere
(Kurten, 1963; Kurtén & Werdelin, 1990; Morgan, 2005;
Rinon et al., 2011). Questa transizione potrebbe riflettere adattamenti verso prede più grandi e una corporatura più possente.

Infatti, lo Smilodon popolator era un feroce predatore di grossa taglia (il più grande degli Smilodonti). Invece, le altre due specie erano decisamente più piccole. Lo Smilodon fatalis era lungo più o meno quanto un leone ma leggermente più pesante e variabile dai 200 ai 270 Kg. Lo Smilidon gracilis era, delle 3 specie costituenti il Genere, la più piccola (oltre che la più antica) con un peso di circa 160 Kg e dimensioni quanto quelle di un giaguaro.

Ma, ovviamente, la caratteristica fisica che “balza agli occhi” maggiormente dello Smilodon è la bocca e più precisamente i denti, i canini in particolare. Essi, come detto in precedenza, potevano raggiungere una lunghezza di quasi 20 cm e si presentavano a forma di lama e leggermente ricurvi verso l'interno (verso la gola), appiattiti e seghettati su entrambi i lati. Invece, gli incisivi sono conici e disposti in maniera curva a differenza di quelli dei gatti moderni (piuttosto piatti e dritti),. Come in tutti i felini lo Smilodon non aveva molari che gli permettessero di masticare.

L'apertura della mascella era enorme, raggiunge quasi 130° rispetto a quanto avviene per i grandi felini moderni (appena 65° circa). Un tale angolo di apertura risultava necessario affince il cibo potesse passare facilmente senza essere ostacolato dai lungi e ricurvi canini.
Le simulazioni al computer mostrano che il morso dello Smilodon era soltanto un terzo più potente rispetto a quello dei leoni attuali (MacHenry, 2007). Probabilmente, il morso potrebbe non essere stato utilizzato per tenere ferma la preda (come avviene per tutti felini attuali). La preda veniva trattenuta con le zampe prima che venisse inferto il morso mortale.

I denti risultano essere diagnostici dell'età dell'individuo, infatti, man mano che l'animale invecchia, la dentina riempe sempre più la cavità pulpare. Da ciò, dunque, è possibile fare considerazioni in merito all'età dell'esemplare di Smilodon.

Per quanto riguarda la livrea, non è stato possibile ricostruire ne il colore ne il motivo (maculato o tigrato o ancora senza alcun disegno).

In merito al dimorfismo sessuale, questo è praticamente assente, se teniamo conto delle dimensioni complessive. Anche la dentatura stessa è praticamente uguale in entrambi i sessi.

Altre caratteristiche fisiche di una certa importanza sono gli artigli retrattili e resistenti, la corta coda (a differenza dei grandi felini moderni), l'osso ioide flessibile che sostiene la lingua, simile a quello del leone moderno, potrebbe aver permesso allo Smilodon di ruggire.

Il cervello dello Smilodon presentava “solchi” come quelli di tutti i felini moderni, il che indicava un udiro, una vista e, una coordinazione degli arti simile a quella degli altri felini.

Con riferimento all'Habitat dello Smilodon, si è notato che la maggior parte dei fossili è stato rinvenuto nei sedimenti relativi a pianure o ambienti boschivi. Non è chiaro quale ruolo abbiano avuto le grotte nella vita dello Smilodon ma, sta il fatto che resti fossili di Smilodon sono stati rinvenuti non di rado all'interno dei depositi di grotta quali, quelle dell'Arkansas, della Florida, dell'Indiana, ecc.

L'anatomia dello Smilodon suggerisce che il suo Habitat preferito fosse quello forestale, sebbene (in contraddizione) i resti fossili provengano principalmente dalle pianure e dagli Habitat boschivi (Cox e Shaw, 2006).

Uno scheletro robusto, con arti eccezionalmente potenti, indica che lo Smilodon fosse un predatore da “agguato” piuttosto che da “imboscata” il quale, predilige, invece, Habitat forestali, pianure cespugliose o margini di bosco. Inoltre, lo Smilodon, come già detto in precedenza, aveva uba corta coda e questo da forza all'ipotesi che esso fosse un predatore dalla “corta distanza” ovvero, da imboscata o da agguato in quanto, i predatori da lungo inseguimento in velocità, necessitano di una coda piuttoto lunga che funge da “organo stabilizzatore” per mantenere in equilibrio l'animale, durante la corsa.

Per quanto riguarda, l'Areale distributivo, resti fossili di Smilodon sono stati rinvenuti in America settentrionale, in America centrale e in quella meridionale (Berta 1985).

In America meridionale, le Ande costituirono un'ottima barriera geografica tra le specie di Smilidon gracilis e quelle di Smilidon populator.

Un'ampia collezione di fossili di Smilodon è stata rinvenuta nelle sorgenti di catrame di Talara in Perù (Anderson, 1984).

Ritornando in America settentrionale, il sito di maggior rinvenimento di fossili di Smilodon (Smilodon fatalis) è senza dubbio quello californiano di Rancho La Brea del quale si parlerà dettagliatamente più avanti.

Le prove inerenti al comportamento sociale sono alquanto contraddittorie.

Secondo alcuni li Smilodon era un felino socievole e cacciava in branco. Questa ipotesi è giustificata dal fatto che le sue prede erano grossi se non giganteschi erbivori e per tal motivo la caccia non poteva altro che essere di tipo “cooperativo”.

Altro punto a favore della socialità dello Smilodon è il ritrovamento di fossili (ossa) con evidenti segni di traumi, fratture rimarginati. Dunque, riuscivano a guarire e per farlo era necessario che ci fossero altri membri (dunque esisteva un gruppo) che potessero cibare l'individuo ferito che altrimenti sarebbe morto di fame.

Secondo altri studiosi, invece, lo Smilodon non era affatto socievole e non c'era una forma di caccia “cooperativa”.

Infatti, il cervello dello Smilodon era piuttosto piccolo mentre è grande in tutti i mammiferi con alimentazione “cooperativa” (McCall et al. 2003).

Inoltre, il comportamento sociale non è necessario per sopravvivere in causa di traumi ossei, ecc. Basta osservare i gatti moderni che possono guarire rapidamente e senza nutrirsi, attingendo energia grazie alle riseve metaboliche immagazzinate.

Infine, la mancanza di un dimorfismo sessuale degno di nota (sia nelle dimensioni che nella dentatura) tende a far escludere una certa organizzazione sociale come, del resto si nota, per tutti gli altri felini, ad esclusione però del leone (che mostra appunto un marcato dimorfismo sessuale e grande organizzazione sociale).

Lo Smilodon era un predatore che stava al vertice della catena alimentare del suo ecosistema. Si suppone che la disponibilità di pree per lo Smilodon fosse uguale o leggermente superiore di quanto è attualmente quella dei Grandi felini dell'Africa orientale (Van Valkenburgh; Hertel 1993).Verso la fine del Pleistocene, sia lo Smilodon che altri carnivori di rango avevano spesso i denti rotti. Questo potrebbe significare un'intensa competizione per il cibo e un'alimentazione che si estendeva fino a spolpare leossa della preda. Ma, poiché lo Smilodon non era in grado di nutrirsi di ossa (non aveva denti idonei per schiacciarle) allora, molto probabilmente lo Smilodon potrebbe essersi associato alle iene che erano in grado di schiacciarle (Van Valkenburgh et al. 1990).

Per quel che concerne la dieta e l'alimentazione, le dimensioni dei denti e la robustezza dello scheletro indica, senza dubbio, che tra le prede preferire ci fossero grandi mammiferi come bisonti, bradipi giganti, cavalli, cammelli, probabilmente giovani mammut e mastodonti (alcuni fanno coincidere l'estinzione del mastodonte, assieme ad altri erbivori, con la fine degli Smilodon) come vedremo più avanti..

Da uno studio degli isotopi dell'ossigeno conservati nello smalto dei denti si evince che lo Smilodon gracilis, un Florida, si nutriva di animali brucatori come il grande Platygonus (simile a un maiale).

In generale, lo Smilodon evitava di mangiare ossa o di toccarle con i denti al fine proprio di perservarli.

Ad ogni modo, con tutta probabilità, lo Smilodon non utilizzava i suoi lunghi canini per trattenere le prede (come fanno gli attuali felini) ma servivano letteralmente prt “squarciare” la gola o il ventre della presa.

La mancanza delle tipiche fossette e scanalature nei dei indicava che lo Smilodon si cibasse solo ed esclusivamente di carne.

Dall'osservazione delle ossa rinvenute nei diversi siti (dall'America settentrionale a quella meridionale) si è riusciti a comprendere quali fossero le patologie più comuni dello Smilodon.

Si riscontrano spesso, vertebre fuse a causa dell'artrite (Duckler 1997), ossificazioni tra le vertebre osservata nei campioni provenienti dal sito osteologico di La Brea, proliferazione ossea estesa a tutto lo scheletro (iperostosi), denti fratturati trovati “incastonati” nelle ossa delle prede, erosione dell'osso parietale nei punti di attacco dei muscoli mascellari più grandi (Dunckler 1997).

Lo Smilodon si estinse circa 10.000 anni fa in concomitanza alla infe della glaciazione del Wisconsin (corrispondente Nordamericana della glaciazione del Wurm). La sua scomparsa, probabilmente, è stata la risultante di tutta una serie di fattori tra i quali abbiamo l'avvento di quella che i Paleontologi definiscono “Estinzione Quaternaria” (fine del Pleistocene circa 13.000 anni fa) nella quale scomparvero gran parte delle specie di cui lo Smilodon si cibava (ovvero bradipi, armadilli giganti, mastodonti, grossi bisonti, ecc.) definiti, usualmente come Megafauna. In tutto quel periodo a cui facciamo riferimento si ebbero tutta una serie di variazioni climatiche che “sconvolsero” gli habitat esistenti accelerando il declino dello Smilodon. Infine, l'uomo che fece il suo ingresso in America settentrionale circa 23.000 anni fa il quale, con la sua caccia altamente “organizzata” risultò un competitore “fatale” per lo Smilodon.

Per concludere, è doveroso spendere qualche parola a riguardo del sito osteologico più importante per la ricostruzione delle fattezze dello Smilodon ovvero:

Il Giacimento fossile di Rancho La Brea.

Il sito paleontologico più famoso per quanto riguarda i reperti fossili degli Smildon è un sito osteologico ubicato nelle pianure di Santa Monica in California, oggi circondato da grattacieli, a costituire un parco (Hanckok Park) nel centro di una delle città più grandi degli USA ovvero Los Angeles.

Si tratta di un'area punteggiata da una serie di piccoli laghetti in cui si raccolgono idrocarburi provenienti dal sottosuolo sotto forma di catrame, bitume, asfalto e pece, detti “Pozzi di Catrame” (in Spagnolo Brea significa asfalto).

La sua formazione risale alla tarda epoca glaciale del Wurm (in America settentrionale “del Wisconsin”) tra i 50.000 e i 14.000 anni fa.

In passato l'area era frequentata da numerose specie (circa 500) tipiche delle praterie del Pleistocene Nordamericano. Tra queste specie si possono annoverare mammiferi vari quali proboscidati, cervidi, camelidi, equidi, canidi (coyotes e lupi). Tra i felini spiccano il Myracynobyx, la Panthera ona augusta, la Panthera concolor e il leone americano Panthera leo atrox. Sono presenti anche uccelli come aquile reali, falchi e poiane nonché l'antenato del condor, ovvero il Gymnogyps. Tutti questi esemplari rimasero intrappolati nelle fosse di catrame (più che altro “sabbie bituminose”) fossilizzandosi perfettamente.

Tra tutti i reperti fossili provenienti da tale fauna (migliaia di frammenti ossei) spiccano (circa 200.000 ) quelli di Smilidon fatalis (Leidy, 1868) con i quali è stato possibile ricostruire, quasi per intero, più di 2.000 esemplari del felino fin qui descritto.



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