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| DISTESA A NINFEE |
Le piante possono contribuire in maniera decisiva alla "salvaguardia" dell'ambiente in cui viviamo.
I problemi, per i quali, il nostro ambiente "soffre" possono derivare sia da cause naturali che da fattori antropici e, possono essere suddivisi in due categorie principali: "Dissesto Idrogeologico" e "Inquinamento ambientale dei suoli, dell'aria e delle acque incanalate e non".
Di seguito, menzioneremo quelle specie vegetali che l'uomo già utilizza e può utilizzare (in maniera sempre più decisiva) per "mitigare" (qualora non sia possibile "annullare" del tutto) le cause e/o gli effetti relativi alle due problematiche sopra riportate.
Pertanto, nella presente trattazione si distingueranno due paragrafi principali:
a) "Dissesto Idrogeologico" e piante da utilizzare per la sua "prevenzione" e la sua "mitigazione";
b) Inquinamento ambientale dei suoli, dell'aria e delle acque (incanalate e non) e piante da utilizzare per l'abbattimento delle sostanze inquinanti.
Cominciamo a esporre la parte dell'argomento relativa al primo dei paragrafi sopra menzionati, ovvero. quello relativo al "Dissesto Idrogeologico" e alla capacità di alcune piante, di "ridurne" le cause e/o "mitigarne" gli effetti:
a) "Dissesto Idrogeologico" e piante da utilizzare per la sua "prevenzione" e la sua "mitigazione"
Per "Dissesto Idrogeologico" si intende: "Quell'insieme di fenomeni geomorfologici che agiscono in maniera destabilizzante sull'equilibrio della parte più superficiale, corticale della crosta terrestre".
Essi possono essere superficiali (come "l'Erosione del suolo") o giungere più in profondità, come per i "Fenomeni gravitativi di versante" ovvero le frane. In generale, possiamo dire che gran parte delle forme di dissesto deriva dal rapporto tra, l'interazione della "matrice suolo e sottosuolo" con quella delle Acque incanalate e non. Tale rapporto può essere più o meno positivo e può dipendere da situazioni naturali o fattori antropici riconducibili al disboscamento, alla cementificazione e alla sempre più eccessiva urbanizzazione ai quali è sottoposto il territorio di certi paesi "industrializzati" (Italia compresa).
Con riferimento al "Disboscamento" possiamo dire ché in Italia (negli ultimi anni) si è assistita ad una "lodevole" riduzione delle superfici disboscate. Purtroppo, però, il motivo non sta nella riduzione del fabbisogno/consumo di legname degli italiani ma, risiede nel fatto che, sono aumentate di molto le importazioni dagli altri Paesi Europei. Dunque, è vero che in Italia si "disbosca" di meno ma tutto ciò è a discapito delle foreste del resto del continente europeo.
I fenomeni più catastrofici afferenti al "Dissesto idrogeologico" sono le frane e le inondazioni.
Già nel suo ultimo aggiornamento del 2017, l'ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) affermava che, il 4% degli edifici italiani (oltre 550.000) si trovavano in aree a Pericolosità frana da elevata a molto elevata e più del 9% di essi (oltre 1 milione) erano ubicati in zone potenzialmente alluvionabili.
Per quanto riguarda le prime (le frane), bisogna tener presente che le Piantumazioni di specie vegetali da scegliere devono sottostare a requisiti fondamentali afferenti a due fattori principali
- Peso della specie vegetale adulta che si vuole utilizzare;
- Tipologia dell' Apparato radicale della specie vegetale.
Il fattore Peso è importate in quanto conferire troppo peso (anche se si cerca di stabilizzare il versante) in un versante già in condizioni di instabilità, sia attuale (frana attiva) sia quiescente, non è assolutamente consigliabile un quanto questo "sovraccarico" può contribuire all'innesco di fenomeni di riattivazione;
Per quanto riguarda la Tipologia dell'Apparato radicale del tipo di piante da scegliere, riveste una importanza notevole. Dunque, è possibile distinguere, all'interno dell'Apparato radicale di ciascuna pianta, Radici assorbenti e Radici di Ancoraggio.
Le prime svolgono la funzione di fornire acqua e sali minerali alla pianta mentre le altre, ovvero, le Radici di ancoraggio, si occupano della stabilità approfondendosi il più possibile nel terreno,
Ovviamente, più profonde esse sono, più forte è la capacità di bloccare il "carreggiamento" della massa franosa intercettandone la superficie di scorrimento "bypassandola", se è il caso.
Invece, se la pianta ha radici che si sviluppano, preferibilmente in senso areale, piuttosto che in profondità, al posto di intervenire direttamente nei confronti della instabilità del versante, andrà ad agire prevenendo l'erosione superficiale del suolo "imbrigliandolo" (come si dice in gergo) e, regimando le acque meteoriche le quali, per il fenomeno di Infiltrazione, potrebbero andare a "lubrificare", in profondità, superfici di scorrimento già esistenti o di neoformazione.
A tal proposito, possiamo distinguere le radici (Apparati radicali) in "fittonanti" (ovvero con forte propensione a scendere, svilupparsi in profondità) e in "fascicolate", da ciò segue che le specie arboree che hanno le Radici di ancoraggio fittonanti (ovvero con propensione a scendere decisamente in profondità) sono le più indicate per contribuire a "sanare" direttamente in profondità il dissesto, in quanto le radici fungono come una sorta di veri e propri "pali" di consolidamento. Diciamo comunque, che la Piantumazione di un'essenza arborea può essere di grande aiuto nel fermare il "camminamento" verso valle di una certa porzione di versante ma, questo vale, purtroppo, fondamentalmente per quelle frane piuttosto superficiali, con superfici di scorrimento a profondità non superiori a una decina di metri o poco più. e, questo perché, la lunghezza delle radici, raramente arriva a profondità maggiori.
Un ulteriore beneficio, che certe piante arboree posso apportare all'ambiente, in materia di dissesto, viene svolto dalla "chioma" che con le sue foglie "Intercetta" le gocce di pioggia diminuendo l'energia di impatto delle stesse nei confronti del suolo che, altrimenti, verrebbe "scomposto" (Splash Erosion) con asportazione, delle sue particelle da parte delle acque dilavanti, impoverendolo e innescando un progressivo fenomeno di Erosione superficiale.
Adesso vediamo, più da vicino, quali sono le piante più indicate a contrastare i fenomeni di Dissesto:
Cominciamo con il fenomeno dell'Erosione superficiale e, più specificatamente con l'Erosione "fluviale" (laterale o di sponda) contro la quale, è possibile intervenire ricorrendo alla Piantumazione di alcune specie erbacee come la Gramigna, l'erba medica, qualche varietà di Rosmarino e, il Vetiver. Quest'ultima, appartiene al Genere Chrysopogon ed è conosciuta col nome di "Pianta Ingegnere" in quanto ha un Apparato radicale molto fitto e profondo (può arrivare ai 5,00 m di profondità) e, pertanto è ottima contro l'Erosione ai bordi di un corso d'acqua ma anche a consolidare i terreni in pericolo di instabilità fino alle piccole frane di riattivazione superficiale che si formano entro la superficie del corpo di frana principale.
E' una pianta ad elevata adattabilità, sia dal punto di vista climatico (è originaria dei paesi bagnati dall'Oceano Indiano) sia dal punto di vista della natura del terreno di cui è costituita la scarpata oggetto si consolidazione. E' bene chiarire che, l'Erosione superficiale, soprattutto quella "fluviale" (laterale o di sponda) con formazione di scarpate denudate chiamate "Ripe", congiuntamente, ai "tagli" del versante operati dall'uomo (per costruire una sede stradale oppure ferroviaria, o "gradonate" in zone di discarico delle miniere, nelle discariche, ecc.) non forma dei semplici "disturbi" all'assetto geomorfologico di un sito ma, cosa ben più grave, costituisce "tagli" che possono ripercuotersi a "monte" in quanto, provocano un'alterazione del "Profilo di Equilibrio" del versante da essi sotteso, con frequente innesco di movimenti franosi di neoformazione.
Comunque, in generale, la scelta di una pianta erbacea, come quelle menzionate (gramigna, Erba medica, Vetiver), al posto di una arborea, è dettata dagli spazi ridotti e dalla elevata pendenza delle scarpate da consolidare. Talora, invece, è possibile utilizzare specie come il Salice ripaiolo che con il suo Apparato radicale "avventizio" (per piante con radici "avventizie" si intendono quelle piante le cui radici hanno origine dalle parti più disparate del corpo vegetale e non solo dal bulbo radicale) riesce a proteggere le scarpate laterali dei corsi d'acqua, preservandole dall'erosione degli stessi, anche in condizioni di "piena".
Esistono anche, piante utilizzate nelle situazioni alluvionali, per rallentare le ondate di piena, come la Lentiggine e il Cappello di Prete.
Altra pianta, invece, già utilizzata in oriente, per "arrestare" l'Erosione superficiale e prevenire le piccole frane superficiali, è quella del Bambù. Infatti, anche se le radici sono poco profonde (non superano i 50 cm di profondità), formano un tale "groviglio" che mantiene il terreno "imbrigliato" senza possibilità di movimento.
Oggigiorno, la tecnologia in campo ambientale, mette a disposizione nuove tecniche, nelle quali, si fa ricorso alla semina di particolari specie vegetali, soprattutto erbacee, al fine di contrastare il processo di progressiva erosione delle scarpate naturali e antropiche (scarpate stradali, ferroviarie, gradini di discarica e di miniera o di cava, ecc.). Una di queste tecniche è quella conosciuta come "Prati armati" che, consiste nella semina di piante erbacee autoctone (appartenenti alla famiglia delle graminacee e delle leguminose) molto resistenti e adattabili alle più disparate condizioni climatiche e del substrato su cui vengono seminate. Si tratta di specie erbacee perenni con Apparato Radicale profondo e resistente, in grado di migliorare la "Geotecnica" di un determinato versante.
Inoltre, tali specie, risultano idonee anche nell'assorbire ingenti quantitativi di anidride carbonica (CO2), (secondo i criteri stabiliti dal protocollo di Kyoto).
Però, nel caso in cui, invece, si volesse intervenire per consolidare grandi e più profonde aree in frana è bene utilizzare le specie arboree, quali quelle appartenenti ai Tigli, ai Frassini e agli Eucalipti (oltre che alle Querce e alla Betulla) che hanno radici, non molto profonde ma, arealmente, ben sviluppante e salde. Comunque la pianta "principe", per eccellenza, è l'Acero riccio in quanto, è dotato di un Apparato radicale profondo e molto "invasivo".
Invece, qualora ci trovassimo nella parte "altimetricamente superiore" del corpo di frana, che generalmente è anche la più acclive (nicchia di frana con relativo gradino) sarà bene utilizzare specie vegetali come la Ginestra (profondità radici circa 2,00 m), l'Hypericum hidcote, la Vite canadese, l'Hedera hibernica, l'Alloro (profondità radici più di 7,00 m), ecc.
Infine, qualora ci trovassimo in ambiente litorale, le Tamaricee crescono bene nei "suoli" prettamente sabbiosi e risultano essere le più idonee per la difesa e la consolidazione degli apparati dunari.
b) Inquinamento ambientale ovvero dei suoli, dell'aria e delle acque (incanalate e non) e piante da utilizzare per l'abbattimento delle sostanze inquinanti
Possiamo anticipare l'argomento da trattare, tenendo bene a mente che, non esiste una netta separazione tra le forme di inquinamento dei suoli, delle acque e dell'aria, in quanto i tre sistemi o matrici sopra menzionate, sono intimamente connessi tra loro e, dunque, per esempio, qualora ci trovassimo in una situazione di forte inquinamento di un suolo, prima o poi questo si proporrà, con molta probabilità, nelle acque, come quelle di falda che, a causa dell' infiltrazione delle acque meteoriche che, trascinerebbero in profondità (in soluzione), gli inquinanti, incontrati nel suolo contaminato. Oppure, ancora, un'altra "strada", che potrebbero seguire gli agenti inquinanti del suolo, sarebbe quella di raggiungere le acque incanalate, veicolati dalle acque di Erosione superficiale di tipo laminare.
Ciò premesso, cerchiamo di trattare, in maniera più distinta possibile, l'inquinamento dei suoli, delle acque e dell'aria.
Inquinamento dei suoli
Il suolo è lo spessore più esterno della Litosfera e si forma per alterazione chimico-fisica di un substrato roccioso in precedenza affiorante.
E' un sistema complesso, entro il quale, sono presenti diversi "livelli" che testimoniano, ciascuno, un differente grado di pedogenizzazione della materia, sia essa di origine organica che inorganica.
In condizioni normali di Umidità, Temperatura, Natura del substrato roccioso e, Intensità degli agenti esogeni, lo spessore di questa coltre non supera i 2-3 metri.
In senso più esteso, il suolo costituisce un "sistema" composto sia da sostanza inorganica che da sostanza organica (infatti basti pensare che il suolo ospita circa il 20% delle specie viventi del nostro pianeta). In aggiunta a queste due componenti abbiamo anche l'aria e l'acqua che occupano i vari interstizi (vuoti, meati).
In definitiva, il suolo risulta essere una componente importantissima che consente alle acque, all'aria e al sottosuolo di interfacciarsi tra loro e con la Biosfera.
Si parla di "Inquinamento del suolo" quando si ha un'alterazione più o meno repentina del chimismo di tale "deposito" che si riflette, in maniera negativa, sugli esseri viventi che qui vivono e, sull'ambiente in generale.
Per fare un esempio, relativo all'importanza del suolo, nei confronti dell'equilibrio dei diversi "sistemi" componenti la Litosfera e la Biosfera, basti pensare che, se un suolo risulta essere oggetto di inquinamento, si ha come conseguenza primaria, una "moria" delle specie vegetali ospitate in esso, con immediato effetto sull'assetto idrogeologico dell'area in quanto, la funzione "imbrigliante" e drenante della parte radicale delle piante verrà meno e dunque, si incomincerà ad assistere all'incalzare dei processi di erosione, dapprima "laminare", poi a "solchi" fino al "burronamento" e, infine, alla destabilizzazione delle pendenze dell'area con conseguenziale innesco di fenomeni franosi.
Altro esempio che si può fare (per comprendere l'importanza della matrice suolo) è che in presenza di un suolo inquinato (ovvero in cui sono presenti sostanze nocive di varia natura), le acque di precipitazione meteorica fungono da "vettore" per le sostanze inquinanti (che vengono in esse disciolte) infiltrandosi e, raggiungendo le acque sotterranee (acque di falda) e da esse quelle dei fiumi, ecc., avvelenando dunque, anche la Biosfera (uomo compreso).
L'inquinamento del suolo può essere dovuto sia a "cause naturali" che a "cause antropiche".
Esempi di cause naturali possono essere lo "smantellamento" (da parte degli agenti esogeni) di un substrato roccioso (abbondante in metalli pesanti o radioattivi) affiorante a breve distanza dalla porzione di suolo presa in considerazione o ancora, il cosiddetto "Fall-Out" delle emissioni gassose vulcaniche, ecc.
Altra causa naturale di inquinamento di un suolo può essere un "episodio alluvionale" con acque che portano "in carico" sostanze "estranee" potenzialmente nocive alla porzione di suolo considerato.
Per quanto riguarda, invece, le cause di natura antropica, esse sono riconducibili:
- Alle acque di scarico;
- Ai prodotti fitosanitari;
- All'uso di Fertilizzanti e Pesticidi;
- Al cattivo stoccaggio di materiali non biodegradabili;
- Agli idrocarburi (provenienti soprattutto dal lavaggio di "contenitori", taniche, ecc.);
- Alle diossine (prodotte per combustione di certe plastiche);
- Ai solventi organici e follanti (usati, prevalentemente, nell'industria tessile);
- Ai metalli pesanti (derivanti, soprattutto dagli scarichi delle automobili, ecc.).
Negli ultimi anni, al fine di "bonificare" certi suoli (eccessivamente inquinati) si sono cominciate ad "usare" determinate piante e, microrganismi ad esse associati (in prevalenza nei tubercoli delle loro stesse radici), sfruttando la proprietà che hanno alcune di esse, di adattarsi (per motivi evolutivi) a certi agenti inquinanti il suolo (Fito-risanamento).
Una tecnica di Fito-risanamento, molto utilizzata (soprattutto in caso di contaminazione da metalli pesanti) è la "Fito-volatilizzazione".
Questa consiste nella Piantumazione di essenze arboree quali, Salici e Pioppi che, hanno per loro natura, la capacità di assorbire dal suolo (mediante gli Apparati radicali) notevoli quantità di metalli pesanti, espellendoli (soprattutto dalle foglie) per evapotraspirazione.
Altra tecnica utilizzata è la Fito-degradazione. Si utilizzano piante, come il mais, che hanno la proprietà di secernere, dalle loro stesse radici, particolari sostanze che scompongono le macromolecole (prevalentemente idrocarburi provenienti dall'attività petrolchimica) in molecole più semplici e meno dannose per gli organismi viventi (uomo compreso).
Comunque, purtroppo, queste tecniche sono ancora da perfezionare. Si è ancora in fase di sperimentazione per l'utilizzo, su "vasta scala", di quelle piante aventi un Apparato radicale denso e popolato dai microrganismi in grado di effettuare questa "scomposizione". I migliori risultati, si hanno con le graminacee e con certe varietà di Pioppo.
Inquinamento dell'aria
Per "Inquinamento atmosferico" si intende: "Quella particolare forma di inquinamento dell'aria consistente nell'elevate concentrazioni nell'aria di particolari sostanze chimiche, fisiche e biologiche che, risultano dannose per gli esseri umani, per gli animali, per le piante e, più in generale per i materiali quali legno, metalli, pietra, ecc."
Tra le manifestazioni più evidenti abbiamo: Lo smog e l'effetto serra.
Gli agenti (sostanze) inquinanti, presenti nell'atmosfera possono presentarsi sottoforma di gas oppure come particelle solide e possono essere di origine naturale o antropica.
I primi sono prodotti principalmente da incendi spontanei e, da eruzioni vulcaniche.
Mentre quelli di origine antropica sono, sostanzialmente, prodotti dalla attività industriale, dall' utilizzo di motori "a scoppio" ma anche, dal riscaldamento domestico, ecc.
A loro volta, gli inquinanti atmosferici sono suddivisi in primari e secondari.
I primari sono quegli inquinanti che vengono "immessi" nell'ambiente come sono stati prodotti dalla loro fonte. Un esempio per tutti è il Biossido di carbonio (CO2)
I secondari, invece, hanno origine dalla reazione chimica (che avviene nell'Atmosfera) tra due o più sostanze (da sole, potenzialmente inerti e innocue), che combinandosi, danno luogo ad Agenti Inquinanti. Questo è il caso dell'Ozono (O3), del Nitrato di ammonio (NH4NO3), ecc.
Ritornando allo stato con cui si presentano si distinguono (come accennato in precedenza) in:
- Inquinanti gassosi;
- Inquinanti solidi.
Gli inquinati gassosi più comuni sono, essenzialmente, il Biossido di zolfo, detto anche Anidride solforosa (SO2), l'Ossido nitrico (NO), il Biossido di azoto (NO2) e ancora, il Monossido di carbonio (CO) e, in più, tutte le sostanze appartenenti alla categoria dei VOC (Volatile Organic Compounds) ovvero "Composti Organici Volatili". La prerogativa di tali composti (aventi varia origine) è quella di avere, un alto tasso di "Volatilità" ovvero, in condizioni normali di Temperatura e Pressione, evaporano con estrema facilità, andando a inquinare l'aria. Sono soprattutto composti "Aromatici" quali il Butano, Esano, Propano, Benzene, ecc.
Altre fonti di inquinamento atmosferico, dovuto a sostanze organiche, sono quelle ascrivibili alla classe degli IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici). Questi composti, (come presente nella definizione stessa), sono contraddistinti dall'avere, nella loro formula "bruta", due o più "anelli benzenici" o "aromatici" che dir si voglia.
Tali sostanze possono essere suddivise (in base al loro Peso Molecolare PM) in "leggere" o "pesanti". Quelle "leggere" sono facilmente veicolate, dai "fumi", nell'atmosfera, invece, quelle "pesanti" possono entrare facilmente in soluzione nelle acque di origine meteorica e, infiltrandosi nel terreno, raggiungere facilmente le falde idriche, contaminandole.
La genesi di determinati composti è da attribuire, principalmente, alla "combustione incompleta" delle sostanze organiche più disparate, come ad esempio, combustione parziale di tutte le Biomasse, dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU), dei combustibili fossili, ecc.
Alcune di queste sostanze, sono considerate, fortemente cancerogene.
Altro Agente inquinante che si presenta in forma gassosa è la Formaldeide conosciuta anche come Aldeide Formica (CH2 O) ma anche come Formalina. Questa è una sostanza cancerogena molto comune "tra le mura domestiche".
Infine, restando in tema di inquinanti gassosi, un discorso a parte verrà fatto per l'anidride carbonica (CO2) la quale, è presente normalmente come componente dell'Atmosfera (0,04%) ma che, in concentrazioni elevate, è da considerare un inquinante gassoso a tutti gli effetti.
Invece, per quanto riguarda gli inquinanti solidi questi, rientrano nella categoria del Particolato atmosferico (PM). Esso è quello che è comunemente chiamato "Pulviscolo". Le dimensioni di tale prodotto, in sospensione nell'aria, sono variabili ma, sempre nell'ordine di qualche micron (quello più grossolano). Nel caso in cui le dimensioni, di questo prodotto in sospensione, siano molto piccole ( PM 0,1 ovvero diametro inferiore a 0,1 micron) allora, esso risulta particolarmente dannoso per la salute in quanto, attraverso l'inalazione, entra nei polmoni e, dagli alveoli polmonari più piccoli, "passa" nel sangue. Il Particolato, spesso, è costituito da spore vegetali, microrganismi ma anche, quel che è più pericoloso, da metalli pesanti (Pb, Hg, Cd) prodotti dalle attività industriali ma anche, dalle emissioni gassose di origine vulcanica.
Come già accennato in precedenza, tra le manifestazioni più evidenti, del grado di inquinamento dell'aria abbiamo:
- Lo smog;
- L'effetto serra.
Lo smog è una forma di inquinamento atmosferico che si riscontra (sottoforma di nebbia o foschia) negli strati più bassi dell'atmosfera (ben visibile nei centri urbani), in situazioni di particolare concentrazione di "Particolato" e/o altri inquinanti. Tra i composti inquinanti che maggiormente si riscontrano, abbiamo l'anidride solforosa (SO2) e l'anidride solforica (SO3) , provenienti dai gas di scarico delle automobili, da certe attività industriali, ecc.
Lo scorso anno (2024) è stato uno dei peggiori, per quanto riguarda lo Smog e l'inquinamento da PM10 (fonte Legambiente), con città come Frosinone (con "sforamento della soglia di legge di PM10" di 70 giorni ) seguita da Milano con 68 giorni e poi Verona con 66 e Vicenza con 64 e Padova con 61.
Esistono, comunque, piante in grado di "agire" nei confronti del Particolato soprattutto il PM10 (dove 10 sta per 10 micron) e dunque, abbassare il livello di smog. Queste sono:
L'Acero riccio (conosciuta come pianta mangia-smog) che, oltre "abbattere" il quantitativo di Particolato, agisce anche "catturando" ingenti quantitativi di anidride carbonica (CO2). Inoltre, è anche in grado di contribuire all'abbassamento delle temperature, nelle estati calde, all'interno dei centri urbani.
A pari merito (secondo dati della Coldiretti) si ha la Betulla verrucosa (considerata anch'essa pianta mangia-smog) in grado di "ridurre" le elevate concentrazioni di Particolato e di "fissare" quantitativi considerevoli di (CO2) (più di 3.000 Kg all'anno).
A seguire, altre piante arboree aventi, la doppia azione, di "contrastare" il Particolato e di "fissare" l'anidride carbonica (CO2), sono: il Ginko biloba, Il Bagolaro, l'Olmo nero e i Tigli in generale.
Per quanto riguarda, invece, le specie arbustive (anch'esse note come mangia-smog), abbiamo: l'Ilex, il Viburno e l'Alloro.
In alcune città industrializzate del Centro Europa, sono state "istituite", allo scopo di "abbattere lo smog", delle vere e proprie "Isole Biologiche" costituite, dalle specie vegetali sopra riportate.
Vediamo adesso, l'Effetto serra: "L'Effetto serra è quel fenomeno per il quale il calore della Radiazione solare viene intrappolato nella parte più bassa dell'Atmosfera (Troposfera) riscaldandola". Ciò comporta un vero e proprio "cambiamento climatico" con ripercussioni sulla vita nel nostro pianeta. C'è da dire che l'effetto serra è stato fondamentale, per la nascita e lo sviluppo della vita sulla terra, senza il quale, il nostro pianeta sarebbe un luogo "freddo" e "inospitale" per quasi tutte le specie, a tutt'oggi, viventi. Però, da qualche decennio, il progressivo aumentare delle temperature del "sistema" terra, sta diventando sempre più incompatibile con la sopravvivenza di un gran numero di specie, compreso l'uomo. Quindi, l'effetto serra è un fenomeno che necessita di essere costantemente monitorato e, laddove è possibile fermato.
Infatti, da studi effettuati già un ventennio fa (nel 2004) la concentrazione di anidride carbonica (CO2) in 1 kg di Atmosfera era di 377,1 ppm (ppm ovvero "parti per milione"). Nel 2024, in 1 Kg di Atmosfera, invece, sono stati riscontrati 420 milligrammi di (CO2), l'11,4% in più (42,9 ppm) rispetto a un ventennio prima.
Ma come funziona più in dettaglio l'effetto serra? Durante le ore diurne, la radiazione solare conferisce calore al "suolo" (in senso lato) sottoforma di onde elettromagnetiche aventi, lunghezza d'onda (lambda) piccola. Questa radiazione viene "assorbita" e, durante le ore notturne viene rilasciata, questa volta con lunghezza d'onda (lambda) maggiore, verso l'alto, nella Atmosfera. Durante questo "viaggio" viene intercettata dalle nubi di alta quota che, in parte, la "assorbono" e, in parte la "respingono" (per riflessione) nuovamente, verso il basso, verso la superficie terrestre. Ciò comporta un "immagazzinamento" del calore con, conseguente innalzamento della temperatura della porzione inferiore dell'Atmosfera (Troposfera) e di conseguenza della Biosfera. La situazione, che potrebbe essere definita "normale" (per i motivi spiegati in precedenza) diventa critica, quando nell'Atmosfera si "formano" ingenti concentrazioni di gas (definiti "gas serra") quali l'anidride carbonica (CO2) e il metano (CH4) i quali fungono da "schermo" (che si aggiunge al naturale "comportamento" delle nubi di "alta quota") per la radiazione "notturna" in potenziale "uscita". Dunque, per limitare il progressivo innalzamento delle temperature per "schermatura", bisogna ridurre o, quantomeno limitare, le concentrazioni, nell'Atmosfera, di (CO2) e di (CH4) il cui "effetto barriera" si somma a quello naturale, svolto dalle nubi.
Le fonti principali delle emissioni dei "gas serra" sono risalenti, in prevalenza, all'uso dei combustibili fossili e loro derivati (benzine, gasolio, ecc.).
Più nel dettaglio, l'anidride carbonica (CO2) si produce, oltre che, dall'utilizzo dei combustibili fossili (nonché da altre attività industriali) anche e, in misura maggiore di quanto si pensi, dalle emissioni gassose vulcaniche, dalla decomposizione della materia organica e, dalle stesse piante. Infatti, se durante il processo di Fotosintesi Clorofilliana, in presenza di luce solare (ma anche artificiale), le piante (con l'aiuto della clorofilla) utilizzano l'anidride carbonica (CO2) come reagente, insieme all'acqua (H2O) per formare glucosio (fondamentale per la sopravvivenza della pianta) più ossigeno (O2), durante le ore notturne si assiste al "capovolgimento" di tale processo con relativa produzione di anidride carbonica (CO2) e acqua (H2O). Possiamo però dire che, nella sua totalità, tale processo (espresso dalla reazione seguente: 6CO2 + 6H2O + luce = C6H12O6 + 6O2 e prevede una preponderanza (per diversi fattori) nella produzione dell'ossigeno (O2) piuttosto che quella relativa all'anidride carbonica (CO2).
Per quel che ci riguarda, con riferimento alle piante in grado di "sanare" o meglio "mitigare" l'inquinamento dell'aria, possiamo riconfermare, come molto efficaci, le specie arboree riportate sopra (in corrispondenza a quanto scritto per lo "smog").
Queste sono (secondo quanto riportato negli studi della Coldiretti): L'Acero riccio, la Betulla verrucosa e, il Ginko biloba (tutte con ottime capacità di assorbire anche l'anidride carbonica (CO2) nella misura di 3.000 e più Kg per anno). A seguire, abbiamo anche i Pioppi in generale, i Tigli e l'Olmo nero.
Inquinamento delle acque (incanalate e non)
Per "Inquinamento delle acque" si intende: "Quella particolare contaminazione dei corpi idrici (laghi, fiumi, mari, oceani e acque sotterranee) derivante principalmente da quelle attività antropiche che terminano il loro ciclo produttivo con, lo scarico diretto o indiretto (senza essere opportunamente pretrattate), di acque contenenti particolari particelle e sostanze chimiche, nocive per l'ambiente idrico considerato".
Normalmente, le acque, in modo superficiale e sbrigativo, vengono divise in: acque dolci e acque salate. Questa distinzione risulta essere molto riduttiva in quanto, le acque sono suddivisibili, anche sulla base di altre caratteristiche che, possono essere di tipo fisico (come la temperatura, la torbidità e il colore), di tipo chimico (ovvero contenuto salino, contenuto gassoso e di sostanze chimiche disciolte in esse) e infine, di tipo biologico (in base alla presenza di particolari microrganismi che ne costituiscono la "microfauna").
L'inquinamento si traduce proprio nell'alterazione delle caratteristiche sopra riportate.
Inoltre, a seconda delle Fonti di origine degli agenti inquinanti, si distinguono tre principali tipi di inquinamento:
- L'inquinamento civile: deriva dagli scarichi urbani che, arrivano nei diversi corpi idrici, senza essere opportunamente pretrattati;
- L'inquinamento industriale: costituito da sostanze chimiche di diversa composizione che, possono giungere, nel corpo idrico tramite, le acque reflue non opportunamente trattate o mediante piogge contaminate o ancora, per deposizione diretta di sostanze e particelle in sospensione;
- L'inquinamento agricolo: Questo è legato all'uso di pesticidi e fertilizzanti, ma anche ai liquami prodotti dall'industria zootecnica che, entrano facilmente, in presenza di acqua, in soluzione e, tramite gli interstizi, attraversano lo spessore del suolo, andando a riversarsi nelle acque di falda, contaminandole.
Una particolare forma di inquinamento, che interessa le acque marine, è quello causato dalle petroliere che, da sempre, ripuliscono i propri container, sversando a mare, ingenti quantitativi di petrolio.
Un fenomeno, del quale si parla sempre più spesso, è quello dell'Eutrofizzazione delle acque. Esso è un processo, portato all'estremo, di arricchimento delle acque, di sostanze nutrienti quali il Fosforo e l'Azoto e, comporta una enorme proliferazione di alghe, causando lo squilibrio all'interno dell'intero ecosistema. Se da un lato l'apporto di sostanze nutrienti, come il Fosforo e l'Azoto è auspicabile, l'eccesso di questi (dovuto agli scarichi industriali e alla fertilizzazione selvaggia) è da ritenere, fortemente negativo, portando a considerare questi nutrienti alla stessa stregua degli Agenti inquinanti.
Abbiamo in precedenza individuato, negli scarichi di acque reflue non pretrattati, una delle più insidiose cause dell'inquinamento delle acque superficiali (fiumi, laghi e mari).
Uno dei parametri utilizzati, per valutare il carico organico inquinante (nitriti, nitrati, ecc.), è il cosiddetto BOD ovvero "Domanda Biochimica di Ossigeno". Più alto è il BOD delle acque reflue segue più alto è il carico di organismi e sostanze di derivazione organica contenuto in queste acque di scarico non trattate.
Detto ciò, dobbiamo constatare che, la capacità auto-depurante delle acque non riesce a far fronte ai grossi carichi di contaminanti presenti nelle acque reflue (non trattate), con conseguente degrado della qualità dell'acqua stessa.
Pertanto risulta necessario, trattare le acque di scarico prima che esse giungano nei fiumi, laghi o mari.
Le tecniche più utilizzate per far ciò, fanno capo a quella che è definita "Fito-depurazione" che consiste in un trattamento biologico che, utilizza determinate specie vegetali, come dei veri e propri "Filtri biologici" che rimuovono, dalle acque di scarico, nutrienti in eccesso e batteri per mezzo, di processi di filtrazione, adsorbimento e assimilazione effettuati dalle specie vegetali prescelte (per la "Fito-depurazione"). Tutto avviene all'interno di piccoli bacini artificiali, aventi l'aspetto di paludi, con presenza di piante acquatiche "macrofite igrofile" (ovvero piante che galleggiano sull'acqua o sono completamente sommerse) dove il substrato, costituente il fondo (di questi bacini), è mantenuto costantemente saturo di materiale refluo e, in cui, l'attività fitodepurativa avviene, per opera, delle piante e soprattutto dalle comunità microbiche.
La Fito-depurazione è un processo decisamente "eco-compatibile" ma allo stesso tempo non è da considerare come un processo primario infatti, prima che le acque reflue vengano trattate in siffatto modo devono, necessariamente, essere sottoposte ad un trattamento di sedimentazione e depurazione tramite "fosse Imhoff". Inoltre, la Fito-depurazione è un sistema che può essere applicato a tutti i tipi di acque reflue, da quelle di origine domestica a quelle industriali e, agricole.
A prescindere dalle diverse tecniche utilizzate e, delle quali parleremo avanti, il processo di Fito-depurazione si avvale di determinate piante (piante palustri, ninfee, piante quasi del tutto sommerse e galleggianti) che catturano l'ossigeno contenuto nell'aria e lo convogliano giù, nelle radici e da lì nel loro substrato, dove vivono le colonie di "Batteri Aerobici" che innescano il processo di "Degradazione" con scomposizione, degli inquinanti e della sostanza organica, in sostanze inorganiche più semplici e, prontamente disponibili, per le piante.
Esistono tre tecniche principali:
- tecnica SFS-h (Subsurface Flow System-horizontal) ovvero "Sistema a flusso sommerso orizzontale che consiste nel creare bacini, riempiti con materiale inerte, dove le acque reflue, in condizioni di costante saturazione, scorrono in senso orizzontale. Le specie vegetali utilizzate per la degradazione sono "macrofite" con radici emergenti;
- tecnica SFS-v (ovvero Subsurface Flow System-vertical) dunque "Sistema a Flusso Sommerso verticale" che, utilizzano "grandi superfici forate" (con la stessa funzione dei "vagli forati") riempite con inerti, attraversati, dall'alto verso il basso e, in condizioni di saturazione alternata, dalle acque reflue. Anche in questo caso, le piante utilizzate, sono "macrofite" radicate emergenti;
- tecnica FWS (Free Water Surface), "Sistemi a Flusso Libero" in cui le acque reflue si muovono all'interno di un bacino poco profondo che riproduce, il più possibile, le condizioni naturali di un acquitrino, di una palude con l'utilizzo di piante "idrofite" (radici nel mezzo acquoso) e "elofite" (ovvero, con radici piantate nel substrato costituente il fondo).
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| PICCOLO BACINO DI FITO-DEPURAZIONE |



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