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sabato 18 ottobre 2025

I leoni d'Europa....il leone delle caverne (Panthera spelaea Goldfuss, 1810)

 


Quando si pensa ai leoni il nostro immaginario collettivo ci proietta, al volo, sugli altipiani caratterizzati dalla presenza di distese prevalentemente aride costituenti le arcinote savane tipiche dell'Africa subsahariana. In realtà, non è esattamente così, infatti, anche l'Europa annovera o meglio annoverava tra i suoi grandi mammiferi un leone del tutto suo, ovvero, il cosiddetto Leone delle Caverne (Panthera spelaea Goldfuss, 1810), discendente si dal leone africano ma ormai specie distinta da esso come conseguenza dell' isolamento geografico e, purtroppo, ormai estinto........


L'era quaternaria ha visto l'ascesa e il declino di una formidabile numero di specie costituenti la megafauna, tra cui quella del leone delle caverne (Panthera spelaea Goldfuss, 1810). Questo felino, ormai estinto, era uno dei predatori più grandi e potenti del suo tempo Le dimensioni del leone delle caverne, i suoi adattamenti morfologici e l'ampia documentazione fossile lo hanno reso una specie importante per quanto riguarda la ricerca paleontologica negli ultimi due secoli, a partire dal lavoro pionieristico di Goldfuss (1810). La comprensione della paleobiologia del leone delle caverne fornisce preziose informazioni sugli ecosistemi del Pleistocene, sulla storia evolutiva dei grandi carnivori e sulle interazioni tra questi predatori e i primi ominini (Rodríguez et al., 2017). In realtà, l'areale distributivo del leone della caverne era più ampio di quanto si pensasse e si estendeva ben oltre della sola Europa. Infatti, reperti fossili del leone delle caverne sono stati scoperti in un'ampia fascia dell'Eurasia, che si estende dalla Penisola Iberica a ovest fino alle remote zone della Siberia a est comprendendo la Beringia, l'Alaska e lo Yukon, dove la calotta glaciale del Nord Atlantico la separava dal leone americano (Panthera atrox Stuart e Lister, 2011).

Importanti siti fossili in Germania, come la Grotta di Zoolithen e Vogelherd, hanno restituito una grande quantità di ossa e denti, contribuendo in modo significativo alla comprensione della morfologia e dei modelli di distribuzione della specie (von Koenigswald e Heinrich, 1999; Diedrich, 2008). In Russia e Siberia, la conservazione dei resti di leone delle caverne (porzione di suolo perennemente ghiacciato) ha fornito esemplari straordinariamente intatti, tra cui intere carcasse mummificate, che offrono informazioni senza pari sulla loro anatomia e probabilmente sulla loro fisiologia e comportamento (Boeskorov et al., 2018). L'importanza dei leoni delle caverne come elemento all'interno delle corporazioni dei carnivori europei non può essere sottovalutata. Essendo uno dei predatori apicali del Pleistocene, ha svolto un ruolo cruciale nelle dinamiche trofiche (rapporti nutrizionali) del suo ambiente. Studiando gli adattamenti morfologici dei leoni delle caverne come la corporatura robusta e la dentatura specializzata si è riusciti a comprendere le loro strategie di caccia e le loro preferenze alimentari. Analisi degli isotopi stabili delle loro ossa e dei loro denti hanno rivelato una dieta composta prevalentemente da grandi erbivori, tra cui cavalli, cervi, renne, bisonti e persino orsi delle caverne, evidenziando il loro ruolo di predatori dominanti (Bocherens et al., 2011; Bocherens, 2015; Chernova et al., 2016; Wißing et al., 2016). La distribuzione e le variazioni morfologiche dei fossili di leone delle caverne in diverse regioni riflettono i loro adattamenti alle pressioni climatiche e ambientali del Pleistocene, nonché le loro relazioni ecologiche interspecifiche con altri grandi carnivori. Ad esempio, i cambiamenti nelle dimensioni e nella robustezza dei leoni delle caverne sono stati correlati ai periodi glaciali e interglaciali, suggerendo che questi predatori fossero altamente adattabili ad ambienti fluttuanti (Marciszak et al., 2014, 2019; Barnett et al., 2016).

In realtà, La specie del leone delle caverne non era monotipica e comprendeva tre sottospecie cronologicamente successive. La più antica, la più grande e la più longeva era Panthera spelaea fossilis von Reichenau, 1906 la cui presenza è documentata in almeno 62 siti eurasiatici datati tra 1200 e 300 mila anni fa (David 1980; Sala 1990; Lewis et al. 2010;Hemmer 2011;Sotnikova e alii.),

poi abbiamo una seconda sottospecie, mediamente più piccola e meno massiccia, Panthera spelaea intermedia  Argant et Brugal, 2017 i cui resti sono stati ritrovati, in prevalenza, in Francia e infine

la sottospecie stratigraficamente più giovane, Panthera spelaea spelaea Goldfuss, 1810 che costituisce la sottospecie nominativa ovvero la specie madre Panhera spelaea Goldfuss, 1810, che era anche la più diversificata metricamente e morfologicamente e apparve 180-160 mila anni fa (Marciszak e Stefaniak 2010;Hemmer 2011;Sabol 2011aSabol , b, 2014).

Le interazioni tra i leoni delle caverne e i primi esseri umani sono un altro ambito di notevole interesse. Le prove archeologiche indicano che i leoni delle caverne erano sia temuti che venerati dalle antiche popolazioni umane (Hussain e Floss, 2015). Le raffigurazioni di leoni delle caverne nell'arte preistorica, come quelle rinvenute nella grotta di Chauvet in Francia o nella grotta di Armintxe in Biscaglia (González Sainz, 2019–2020), e la presenza di segni di taglio in diversi contesti cronologici, suggeriscono una complessa relazione tra diversi gruppi umani e questi formidabili predatori (Speth, 2024). Queste rappresentazioni artistiche, insieme alla scoperta di resti di leoni delle caverne in insediamenti umani, offrono una finestra unica sulle strategie culturali e di sopravvivenza dei primi esseri umani (Pike-Tay et al., 2008; Russo et al., 2023).

Le caratteristiche fisiche dei leoni delle caverne, come sopra accennato, rivelano molto sui loro adattamenti all'ambiente eurasiatico del Pleistocene. Si stima che i leoni delle caverne fossero fino al 10% più grandi dei leoni moderni, con arti robusti e possenti che permettevano loro di abbattere e sottomettere facilmente prede di grandi dimensioni. La presenza di una folta pelliccia isolante è dedotta dal loro habitat a latitudini settentrionali e dalla esigenza di sopravvivere durante i periodi glaciali. Pitture e incisioni rupestri a volte raffigurano i leoni delle caverne con deboli strisce o macchie, simili alle macchie giovanili dei leoni moderni, fornendo ulteriori informazioni sul loro aspetto (Guthrie, 2005). È interessante notare che nessuna delle raffigurazioni, sia nell'arte parietale che in quella portatile, mostra segni di criniera (Yamaguchi et al., 2004; Clottes e Az´ema, 2005; Sigari et al., 2024).

In Italia i primi ritrovamenti e descrizioni di resti di leoni delle caverne risalgono anch'essi all'inizio del XX secolo, con contributi significativi da parte di ricercatori pionieristici in paleontologia e archeologia (Regalia, 1925; Pasa, 1947; Del Campana, 1954). In particolare, siti come Grotta del Cavallo e Grotta di Fumane hanno fornito importanti fossili che, insieme ad altri resti faunistici, offrono spunti sulle dinamiche dell'ecosistema e sulle relazioni predatore-preda dell'epoca (Benazzi et al., 2011). Particolarmente significativi sono i ritrovamenti di Panthera spelaea in Sicilia, per la sua bassa latitudine e il contesto paleoambientale nelle Grotte di Maccagnone e Cannita (Bonfiglio et al., 2022; Di Patti e Piccione, 2004).

Storicamente, i reperti più antichi (in Europa) di questi felini risalgono al tardo Pleistocene inferiore e sono associati a pochi rinvenimenti (siti di Mauer, Mosbach, Westbury e Isernia La Pineta), datati approssimativamente tra 0,6 e 0,4 milioni di anni fa (Sala, 1990; Turner e Antón, 1997; von Koenigswald e Heinrich, 1999; Stuart e Lister, 2011).

Per quanto riguarda l'estinzione di questi felini, le analisi al radiocarbonio effettuate sui loro resti e in tutto il suo areale, indicano che la loro scomparsa in Eurasia sia avvenuta nell'intervallo compreso tra 14–14,5 mila anni fa, mentre in Alaska e Yukon circa mille anni dopo. È probabile che l'estinzione sia avvenuta direttamente o indirettamente in risposta al riscaldamento climatico verificatosi circa 14,7 mila all'inizio dell'Interglaciale, accompagnato da una diffusione di arbusti e alberi e dalla riduzione degli habitat aperti. È possibile che si sia verificata anche una concomitante riduzione dell'abbondanza di prede disponibili, sebbene la maggior parte delle sue probabili specie preda sia sopravvissuta sostanzialmente più a lungo. Attualmente non è chiaro se l'espansione umana nel tardoglaciale possa aver giocato un ruolo nell'estinzione del leone delle caverne.

L'espansione olocenica del leone moderno (Panthera leo) nell'Asia sud-occidentale e nell'Europa sud-orientale rioccupò parte dell'ex areale di Panthera.spelaea, ma le relazioni temporali e geografiche tra le due specie nel tardo Pleistocene sono sconosciute. 



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